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Burocrazia, sindrome "Nimby" e localismo

Allora ditelo. Addio investimenti stranieri

In Italia le risorse ci sono, ma burocrazia e opposizioni ideologiche ne impediscono l’uso. Caso da manuale, quello degli investimenti in Italia della multinazionale americana Forest Oil.

di Enrico Cisnetto - 21 giugno 2012

In Italia le risorse ci sono, ma burocrazia e opposizioni ideologiche ne impediscono l’uso. Per questo tante energie sono state buttate e tante altre corrono seri rischi. Caso da manuale, quello degli investimenti in Italia della multinazionale americana Forest Oil. Parliamo di un progetto di estrazione e trattamento di gas naturale per una durata di 14 anni, con successivo e completo smantellamento, nel territorio di Bomba, 901 anime in provincia di Chieti. Un’attività che altrove sarebbe considerata di ordinaria amministrazione. In Italia no, non si può fare. Eppure stiamo parlando – in tempi di crisi e in un territorio che certo ricco non è – di investimenti (interamente privati) per 85 milioni di euro, l’assunzione di centinaia di persone, la creazione di un indotto. Niente. Comune e Provincia si sono messi di traverso, e la commissione di Valutazione di Impatto Ambientale – nella sua ultima seduta prima di essere stravolta da una legge regionale – ha sentito il bisogno di bocciare il progetto della multinazionale americana. Decisione che il Tar abruzzese ha giudicato sbagliata nella sostanza, perché agli studi presentati dalla Forest non ha opposto argomenti altrettanto concreti, e ha poi sospeso perché carente nella forma. Così, nonostante che il progetto della Forest avesse il pieno rispetto di tutte le normative – anche di quella ambientale abruzzese, il 30% più stringente di quella nazionale – che il giudizio di tutte le istituzioni non territoriali (Sviluppo Economico e Infrastrutture, Sovrintendenze ai Beni ambientali e ai Beni archeologici) fosse positivo e che non mancasse neppure l’assenso della concessionaria della diga del lago di Bomba (l’Acea) stante l’irrilevanza dei rischi idrogeologici, è bastato il niet dei politici locali per bloccare tutto. E poi ci lamentiamo di dover comprare l’energia dall’estero o che nessuno vuole venire da noi a fare impresa. Abbiamo investimenti esteri minori dell’8% rispetto alla media europea (un gap da 20-30 miliardi l’anno) e ci ostiniamo a far scappare quelle imprese straniere che ancora vogliono investire. La realtà è che la sindrome Nimby è più forte del bisogno di lavorare, dimostrato dal fatto che in quelle zone la disoccupazione è al 25%, tanto che alla Forest sono arrivate 1500 candidature e manifestazioni d’interesse di 50 aziende (e 3000 lavoratori). E che le prossime elezioni regionali hanno indotto chi vuole essere eletto a intercettare il consenso sul facile slogan “non inquinateci la nostra terra” (si parla di turismo “ecompatibile” pensando di fondarci il benessere di una regione). A questo punto si dica definitivamente che in Italia non si possono fare infrastrutture e sviluppo, così evitiamo di far perdere tempo e soldi al prossimo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario