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Dopo la lectio magistralis di Mario Draghi

Allocazione e utilizzazione errate

Il progetto Paese e la ripresa passano dall’istruzione e dalla riforma dell’universtià

di Enrico Cisnetto - 13 novembre 2006

Ha ragione Draghi, e Trombetti torto? Nello stesso giorno il Governatore della Banca d’Italia – in una lectio magistralis tenuta a La Sapienza che Giuseppe Tognon ha definito ieri su Europa “il manifesto più alto della consapevolezza e della maturità cui sia giunta la grande tecnocrazia liberale sul rapporto tra mercato e conoscenza” – e il presidente della Conferenza dei Rettori delle Università, hanno parlato dello stato dell’istruzione superiore italiana. Dicendo, a dispetto dell’apparenza, cose assolutamente opposte. I responsabili degli atenei, infatti, sono in rivolta per i minori finanziamenti previsti dalla Finanziaria per gli emolumenti del personale, mentre Draghi ha avvertito che la scadente qualità dei nostri studi è un freno alla crescita, che la spesa per studente è più elevata della media Ocse per eccesso di docenti e che l’Università non solo non può funzionare, ma soprattutto, così com’è, non serve. D’altra parte, basta guardare i numeri forniti proprio dalla Crui per dargli ragione. A cinque anni dalla grande Riforma, gli atenei hanno ampliato a dismisura i corsi (+122%), mentre il numero degli iscritti, raggiunto il massimo nel 2004 con 1 milione 820 mila unità, è tornato a calare negli ultimi due anni. Ma i dati più tragici sono quelli dei fuoricorso, che dovevano diminuire e che invece sono passati dal 42% pre-riforma al 46% di oggi, e dei tassi di abbandono, arrivati al 60%. E ancora: la “devolution universitaria” ha consentito l’aumento delle sedi, ma tutto questo proliferare non è servito a fermare l’emorragia degli iscritti alle facoltà scientifiche, il deficit più grave di cui soffre il nostro sistema d’istruzione. Mentre 30 anni fa i corsi in campo sanitario raccoglievano circa un quinto degli universitari, oggi il peso degli aspiranti medici si riduce al 7% della popolazione studentesca. Anche le facoltà di matematica, chimica, fisica e geologia si sono svuotate, e l’intero scibile scientifico ha subito una variazione di iscritti dalla seconda metà degli anni Settanta ad oggi del 20%, che ne ha ridotto l’incidenza dal 13,5% al 10,9%. Con tutto quello che ne consegue per la competitività del nostro sistema produttivo, visto che quelli sono i settori che più contribuiscono alla formazione di lavoratori ad alto potenziale innovativo. Più in generale, poi, in Italia la quota dei laureati (12%) è la metà della media Ocse, e quella dei diplomati (37,5%) è di otto punti inferiore.
Insomma, quello dell’istruzione italiana è un chiaro caso di allocazione errata e di cattiva utilizzazione delle risorse. Con quello che si spende si potrebbe ottenere molto di più. Per esempio, per l’istruzione primaria ha senso tenere aperte scuole elementari con una decina di alunni per classe in piccole comunità? Nell’istituzione post-secondaria le cattedre si moltiplicano come funghi – in omaggio al nepotismo baronale – e nello stesso tempo non si riesce a incentivare le iscrizioni agli studi tecnici e scientifici, che in Italia sono mediamente di durata maggiore rispetto agli altri paesi (e la laurea breve, qui dove doveva, non ha inciso per nulla). Per riformare l’istruzione, e perché questa sia d’aiuto al nostro capitalismo da trasformare, bisogna avere un progetto per il Paese. Draghi l’ha capito benissimo. I nostri Rettori, che hanno chiesto l’ennesimo obolo, purtroppo non ancora.

Pubblicato sul Messaggero del 12 novembre 2006

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