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Public Policy

Attenzione massima per i giovani

Allerta massima

Non solo misure non recessive, ma particolare riguardo per le generazioni future

di Enrico Cisnetto - 27 novembre 2011

Fitch, per non smentire lo stile delle agenzie di rating, l’ha messa giù male con quel “probabilmente” (o sei sicuro o taci), ma in effetti l’Italia è di nuovo in recessione, dopo i sei trimestri abbondanti in cui lo è stata tra il 2008 e il 2009. Con probabile aggravamento del quadro occupazionale, dove spicca il 30% di disoccupazione giovanile. Ma se per una volta si vuole prendere il toro per le corna, conviene meditare le parole del neo governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Che per la sua prima uscita pubblica ha scelto di parlare non del tema scottante del rischio default, ma dei giovani, sia come vittime delle (non) scelte italiane in materia di adeguamento dell’economia, e del capitalismo nostrano in particolare, alle rivoluzioni imposte dalla globalizzazione, sia come vittime della dequalificazione della scuola e dell’università (“se c’è un settore nel quale consiglio di non risparmiare è quello dell’istruzione”), sia infine come oggetto di una politica dell’occupazione fatta con la tutela dell’esistente da un lato (cassa integrazione) e con la creazione di un mercato del lavoro parallelo dall’altro (la precarietà giovanile). Denuncia sacrosanta, che tra l’altro fa eco alla classifica del “labour age gap”, indice che misura il divario esistente tra gli under e gli over 25 anni, in cui l’Italia è penultima a livello Ocse. Io sono anni che ripeto due cose. Primo: via la cassa integrazione, adottiamo il salario minimo garantito (con tutte le limitazioni che il welfare stile Blair ci ha insegnato sono necessarie). Secondo: unifichiamo i due mercati del lavoro che abbiamo creato, quello iper-garantista dei lavoratori a tempo indeterminato, nel quale spicca la totale inamovibilità dei dipendenti pubblici (3,8 milioni, troppi), e quello flessibile degli outsider, cui però in nome della loro fortuna di non essere nell’esercito dei disoccupati, sono state comminati minori retribuzioni e minori diritti. Questa asimmetria è figlia del fallito tentativo di Berlusconi nel 2001-2002 di mettere mano all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori: non essendo stati capaci di inserire flessibilità nel mercato dei garantiti, si è creato un secondo mercato, opposto al primo, nel quale tra contratti a termine, collaboratori, interinali e alcune partite Iva si arriva al 15% degli occupati, quasi tutti giovani. La disparità tra questi due mondi ha rafforzato l’idea “flessibilità = precarietà”, sbagliata perché il duo “flessibilità & mobilità” oltre ad essere indispensabile nella competizione globale (e accettato dai sindacati meno ideologici come Cisl e Uil), rappresenta anche un’opportunità di crescita professionale e sociale, non una condanna. In un paese immobile, dove la maggior parte degli occupati ha un lavoro a vita (e se non ce l’ha, ci aspira), l’ascensore sociale è inevitabilmente bloccato, a tutto svantaggio delle nuove generazioni. Dunque, il ritorno della recessione, pur ovviamente sgradito, può essere l’occasione per mettere mano ai “due mercati del lavoro” – senza proclami ma anche senza subire veti – abbassando le tutele dove ce ne sono troppe e alzandole dove ce ne sono troppo poche, e trovando un punto di equilibrio. Le proposte non mancano, tocca a Monti e alle parti sociali aprire una grande negoziazione, anche a costo di infrangere antichi tabù. In nome dei nostri figli.

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario