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Urge un progetto politico a lunga scadenza

Allarme speculazione

Ecco tre condizioni per evitare si seguire Grecia e Irlanda

di Enrico Cisnetto - 22 novembre 2010

Finora è andata bene. L’Italia è riuscita a piazzare tutti i tioli pubblici che ha dovuto emettere in sostituzione di quelli in scadenza e a copertura del nuovo debito, seppure pagando quasi un punto di più di rendimento rispetto ai tassi precedenti. E ci conforta sapere che sono solo 10-12 i miliardi da tirar su entro fine anno, missione per nulla impossibile nonostante che l’Europa sia ripiombata nuovamente nel pieno di una tempesta finanziaria, questa volta per colpa dei problemi dell’Irlanda e, per possibile contagio, del Portogallo.

Ma se i segnali che arrivano dai mercati fanno presagire che anche questa volta la Ue potrebbe vincere il braccio di ferro con la speculazione – perché negli ultimi giorni sono scesi tanto i differenziali tra i titoli dei vari paesi europei e quelli tedeschi (i Btp italiani viaggiano intorno ai 160 punti contro il record di 191 toccato venerdì 12 novembre) quanto i credit default swaps, cioè i costi per assicurarsi contro eventuali fallimenti degli Stati – altrettanto vero è che nulla può dirsi scongiurato.

Lo dimostra il fatto che questa estate, dopo il salvataggio della Grecia e la costituzione dell’apposito Fondo europeo anti-crisi – lo stesso da cui si dovrebbe attingere quella cinquantina di miliardi, pari a un terzo del pil di Dublino, necessaria ad evitare il crollo del sistema bancario irlandese – tutti erano sicuri che la storia non si sarebbe ripetuta, mentre sono bastati cinque mesi perché la crisi dei debiti sovrani continentali si riproponesse e la speculazione ripartisse alla grande. Con in più, a rendere assai critica la situazione, il riproporsi delle divergenze interne al club dei paesi dell’euro, e questo proprio mentre è in corso tra i grandi della Terra uno scontro micidiale sulle strategie di uscita dalla crisi che contrappone gli Usa a Cina e Germania e la Federal Rserve alla Bce, con il pericoloso risvolto di una guerra valutaria con modalità e protagonisti inediti.

Tutto questo per inquadrare il contesto internazionale in cui si svolge la crisi politica italiana. Stiamo ballando sul Titanic, e la possibilità che affondi – facciamo tutti gli scongiuri possibili – non è così remota da farci stare tranquilli, al di là delle inevitabili e opportune parole di rassicurazione che ci vengono dal governo. E dal fronte della congiuntura non provengono dati capaci di rasserenarci. Perché, per esempio, se nei primi nove mesi dell’anno il nostro export ha recuperato il 14,3% (solo la Germania ha fatto meglio), nello stesso tempo la bilancia commerciale è peggiorata quintuplicando il disavanzo rispetto al 2009 (19,2 miliardi).

Così come sul fronte del pil, Ocse e Confindustria sono concordi nel fissare nell’1% l’incremento massimo traguardabile quest’anno, poco meno della metà del risultato di Eurolandia, oltre la metà di quello della Ue27, lontano dal +2,7% degli Usa, dal +2,8% della media Ocse, dal 3,7% del Giappone, dal 3,9% della Germania, per non parlare delle performance asiatiche e degli altri paesi emergenti. Cifre che confortano la tesi del Centro Einaudi illustrata da Mario Deaglio: l’Italia recupererà la ricchezza bruciata con la recessione non prima della metà del 2015, mentre per fronteggiare il debito pubblico avremmo bisogno di una crescita annua non inferiore al 3%.

Sia chiaro, i mercati sono relativamente attenti alle dinamiche politiche, specie dei paesi in perenne fibrillazione come il nostro. Contano di più altri fattori. Tuttavia, crisi lunghe e ad alto tasso mediatico – come appunto quella che stiamo vivendo – possono rappresentare agli occhi della speculazione una ghiotta occasione, la scusa giusta per montare qualche attacco. Dunque, stiamo maneggiando nitroglicerina in una fabbrica di fiammiferi. E la cosa che più preoccupa è che nessuno dei possibili sbocchi della crisi politica sembra poter portare fuori dal labirinto.

Anzi, il rischio è che s’inneschi anche una crisi istituzionale mai vista. Proviamo a vedere i diversi scenari con gli occhi degli operatori dei mercati. Prima ipotesi: il governo ha la fiducia sia al Senato, dove è più scontata, sia alla Camera, dove è improbabile. Apparentemente sarebbe il segnale meno gradito alla speculazione. Ma qualche operatore potrebbe non mancare di ragionare sul fatto che, invece, si tratta di una situazione assai precaria, perché l’esecutivo rimarrebbe in piedi solo per il rotto della cuffia e con l’alta probabilità che Berlusconi e Bossi, incassata la sconfitta politica di Fini e delle opposizioni, procurino loro dopo qualche settimana la crisi che porti alle elezioni.

Dunque l’occasione per attaccare ci sarebbe lo stesso, anche se in questo caso il premier ne uscirebbe rafforzato. Seconda ipotesi: il governo va sotto in almeno uno dei due rami del Parlamento. Inevitabile l’apertura della crisi, ma l’occasione buona per i mercati dipenderebbe non tanto da questo atto – che invece avrebbe il pregio di mettere fine alla lunga agonia del Governo – quanto dai possibili sbocchi della crisi.

Se fossero le elezioni, questo sbocco, allora molto dipenderebbe dalle aspettative del loro risultato e quindi dalla possibilità che ad esse si vada o meno con l’attuale legge elettorale. Con il porcellum è ragionevole pensare – o così almeno è facile che pensino gli operatori, più avvezzi al calcolo delle probabilità che alle alchimie del gioco politico – che a Berlusconi possa andare la Camera ma non il Senato, e questo porterebbe ad uno stallo post-elettorale che rappresenterebbe il massimo dell’instabilità e quindi dell’opportunità di incursioni speculative.

Se invece si cambiasse, allora tutto dipenderebbe da quali nuove regole di voto si adottano e da quali scenari ne possono discendere. Tutto sarebbe comunque rimandato a dopo. Se, infine, lo sbocco della crisi non fossero le elezioni ma un nuovo governo, in questo caso molto dipenderebbe non tanto da chi lo formerebbe e da chi lo presiederebbe, quanto dal grado chiarezza, o viceversa di opacità, quella operazione avrebbe. Come si vede, ci siamo infilati in un tunnel dal quale è complicato uscire. E i pericoli sono tanti. Meglio accendere un cero e allacciare le cinture.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario