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C’è un solo rimedio: far funzionare la giustizia

Alla politica il compito di cambiare le cose

Malaffare e giustizialismo porteranno allo sbriciolarsi dello stato di diritto

di Davide Giacalone - 22 ottobre 2009

Riecco le retate, questa volta con singolare postilla: espulsione da una regione di chi ne presiedeva il consiglio. Riecco i provvedimenti cautelari, le inchieste subito sparate sui giornali. Riecco le coincidenze temporali, il sovrapporsi d’indagini ed elezioni amministrative. Una volta si poteva parlare di scandali, oramai dobbiamo prendere atto della natura endemica dei due mali: illegalità diffusa nella vita politica ed amministrativa, unita a magistratura più attenta ai calendari elettorali che a quelli giudiziari, più agli equilibri politici che agli esiti processuali. Ci sono quelli che strillano contro il primo male, chi si sgola contro il secondo. A noi pare che l’uno non escluda l’altro. Anzi, l’uno e l’altro hanno la medesima radice: lo sbriciolarsi dello stato di diritto.

Sono diciassette anni che parlare di politica e parlare d’inchieste giudiziarie sembra essere diventata la stessa cosa. La perversione è sempre più raffinata, perché adesso si pretende di scriverci anche la storia, con le inchieste, si pretende di distorcere la memoria collettiva utilizzando una falsificazione spudorata, che esige divenire verità perché usa il linguaggio delle procure e s’abbevera alla più inquinata e velenosa delle fonti: quella dei pentiti. Accade sotto gli occhi di tutti, con le baggianate che ci tocca sentire sulla mafia e su chi ne fu vero (oltre che isolato e perdente) nemico. La vita democratica resta sospesa, in attesa messianica che un qualche pubblico ministero, dopo avere interrogato i Violante e compagnia, sia in grado di contestare loro quel che già oggi può fare ciascuno di noi: omertà lunga diciassette anni, destinata, nel migliore dei casi, a favorire l’uso politico delle inchieste penali. Ed è, lo ripeto, solo il migliore dei casi.

Intanto, al piano sottostante, senza pretese epocali, ma incidendo nella carne viva del potere democratico, le inchieste mettono in mora la politica amministrativa, dalla Lombardia alla Puglia, passando per l’apoteosi dell’illegalità diffusa, che s’è impadronita della Campania. Un cittadino per bene guarda e pensa: forza, andate avanti, non se ne può più della cosa pubblica nelle mani dei briganti. Un cittadino avvertito guarda e pensa: così va a finire che saranno i magistrati a decidere chi può governare ed amministrare, succhiando l’anima alla democrazia. Hanno ragione entrambe. La risposta dovrebbe essere la stessa: per quanto doloroso sia, la giustizia deve fare il suo corso e le sentenze devono restituire la verità dei fatti. Già, ma sono proprio loro quelle che mancano: le sentenze.

La partita si gioca sempre tutta fra l’incudine dell’inchiesta ed il martello della pubblicità, fra i procuratori ed i giornalisti, in tal caso meglio definibili come copisti e velinari. Poi basta. Poi la faccenda interessa solo i maniaci, oltre che i coinvolti. Un’assoluzione che giungesse dopo un anno dalla diffusione dell’accusa sarebbe anche un’occasione di rivincita, un modo per cantarla in faccia agli avvoltoi che hanno beccato le tue carni. Con un’assoluzione che arriva dieci anni dopo che ci fai, te la scrivi sulla lapide? Del resto, con una condanna che arriva un anno dopo il colpevole va a scontare la pena, paga il prezzo del reato. Con una condanna che arriva dieci anni dopo fa marameo e continua a godersi il frutto del reato.

Da molti anni scriviamo contro il deviazionismo giudiziario, contro la politicizzazione e l’esaltazione megalomanica di certi magistrati, beccandoci improperi e querele. Non abbiamo nessuna intenzione di smettere, e non perché ci piaccia essere insultati e processati, ma perché lo sentiamo come il dovere di resistere al disfacimento del diritto ed alla macerazione dei diritti. Ma sono anche anni che diciamo alla politica: il compito di cambiare le cose è vostro. Solo l’Associazione Nazionale Magistrati può vivere nel delirio autocratico di chi pretende l’autoriforma, ma l’assenza della riforma, quella vera, profonda e radicale, non è responsabilità delle toghe che si oppongono, bensì del Parlamento che non procede.

La politica si è molto indebolita. La gran parte dell’illegalità diffusa è anche frutto dell’inesistenza dei partiti. Lo so, a taluni sembrerà strano sentirlo, perché abituati a credere che i partiti politici (quelli di un tempo) siano stati la sentina della corruzione. Non è così, perché, al netto del finanziamento della politica, condotto in modo ipocrita ed illegale, i partiti erano controllori dei propri amministratori, i quali, prima di rispondere ai cittadini, dovevano rispondere a strutture e militanti veri. Tutto questo è scomparso, e quel che succede al Partito Democratico, in Campania, ne è la drammatica dimostrazione: non basta prendere una persona per bene, come Enrico Morando, e mandarlo lì a non contare niente. Ma mentre i partiti non risorgono, gli interessi legati alla spesa pubblica non tramontano, sicché la corruzione si diffonde per ragioni personali, di gruppo, di camarilla, quando non di cosca.

C’è un solo rimedio: far funzionare la giustizia. Per questo riformarla non è un modo per difendere i politici, molti dei quali meriterebbero vergate sulle chiappe, ma per difendere la collettività. Offrendo alla politica una via di riscatto, un modo per uscire dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati.

Pubblicato da Libero

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