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Ma la Bce non ha i poteri della Fed

All’economia serve la politica

In fase di recessione va allentato il “guinzaglio” dei tassi d’interesse come fece Greenspan

di Enrico Cisnetto - 28 ottobre 2005

Stavolta ci ha azzeccato. Anche se manca ancora qualcosa.

L’ultima uscita di Berlusconi – che, comunque, non si è risparmiato la solita frecciata di ingratitudine alla moneta unica – merita un gesto di approvazione. Perché quando Berlusconi dice che la Bce dovrebbe liberarsi dell’ossessione dell’inflazione, dice una cosa giusta. Se l’economia ristagna, infatti, non la si può tenere al guinzaglio. E poi, la paura che un sistema in deficit incida automaticamente sulla crescita inflattiva è priva di fondamento. Ma per ritornare a crescere non ci vuole solo una grande Banca centrale europea. L’istituto di Francoforte, infatti, è un potere influente, ma orfano del suo compagno di azione. E quindi insufficiente per far riemergere l’Unione europea dalla crisi. Non basta la finanza, ci vuole anche la politica.

Fin da quando è stata fondata la Bce, la lotta all’inflazione è stato l’unico obiettivo da perseguire. Quando il Maestro Greenspan ha manovrato i tassi d’interesse con l’abilità che gli è propria, portando l’America fuori dalla recessione, la Bce se ne è rimasta tranquilla. Anche davanti al supereuro – che, pur contenendo l’effetto della crescita del costo delle materie prime, ha distrutto la competitività dell’export europeo – Francoforte non si è mai preoccupata più di tanto. Aspettando il Godot della locomotiva americana che, ne erano sicuri, avrebbe trainato fuori dalle secche anche l’Europa.

L’arrivo di Trichet, nonostante le speranze iniziali, non ha migliorato le cose. Il successore di Duisenberg ha continuato ad appiattirsi su una semplicistica difesa delle vecchie regole: i vincoli di spesa per i governi e la lotta all’inflazione. E non importa se la stabilità è arrivata a scapito della crescita, se l’inflazione non è mai andata fuori controllo e se la moneta unica ha battuto ogni record di quotazione sul dollaro. Seduta sul forziere, placida e tranquilla, la tecnostruttura di Francoforte si è disinteressata di quello che le succedeva intorno. Ha attirato investimenti finanziari, ha dimostrato di essere un mercato affidabile e solido dal punto di vista degli investimenti monetari. Ma a che prezzo? Oggi, alle prime avvisaglie di inflazione, Francoforte fa sapere di essere pronta a rialzare i tassi. Anche se molti non ricordano più quando li aveva abbassati.

Così non va, e non solo perché nel frattempo abbiamo perso molte occasioni non dico per acquisire un vantaggio competitivo nei confronti degli altri mercati, ma anche solo per non rimanere troppo indietro, mentre altri crescevano al ritmo di un +8% annuo. Oggi è suonata la sveglia. I governi europei hanno cominciato a comprendere che senza una politica monetaria aggressiva, o per lo meno non troppo timida, il declino del Vecchio continente sarebbe inevitabile. E forse non è troppo tardi.

L’Europa può ancora essere padrona del suo destino. A patto di sostituire le vecchie priorità, rappresentate dall’impianto di Maastricht. E di ricordare che negli Stati Uniti, oltre ad una Fed che decide in perfetta autonomia, c’è anche un governo federale che fa lo stesso. Sono due i soggetti che interagiscono (con qualche tensione, a volte, soprattutto in passato), competono e collaborano per il bene del Paese.

E quindi, in Europa, una volta fatta la Bce, bisognerà fare anche la Commissione Europea. O meglio, sarà necessario ripensare i principi di delega del potere politico a Bruxelles, affinché si abbia anche un vero governo con possibilità di decisione. E per averle, il potere centrale deve essere legittimato dagli elettori. Solo così si potrà copiare (visto che non siamo in grado di inventarcene uno noi) il modello americano nella sua funzionalità più piena: due poteri, la Bce e la Commissione Europea, che collaborano e decidono.

In conclusione, al potere della Bce manca il supporto politico. Un governo comunitario – federale, istituzionale e rappresentativo di tutte le cancellerie del Vecchio continente – è il tassello mancante per farci uscire dalla crisi e per creare finalmente gli Stati uniti d’Europa.

Pubblicato sul Messaggero del 28 ottobre 2005

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