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Il problema dei trasporti si aggrava

Alitalia, una crisi irreversibile

Dopo la ricapitalizzazione con i soldi dello Stato, la situazione è anche peggiorata.

di Davide Giacalone - 06 ottobre 2006

Ad essere fortunati, possiamo arrivare al capolinea, il guaio è che ci manca la linea. Mentre il governo dialoga, apre tavoli e Pecoraio Scanio non vuole le gallerie, mentre Ferrero e Cento si oppongono e Prodi non ha neanche un piano Rovati per orientarsi, mentre i cantieri del Treno ad Alta Velocità restano rigorosamente chiusi, Mercedes Bresso, governatrice del Piemonte, scopre che gli svizzeri ci stanno fregando. Se la prendono loro, e ben contenti, la linea che porta da Lione a Maribor. Dopo decenni passati a parlare male delle autostrade, a dire che furono un favore agli Agnelli e ad esaltare il trasporto su rotaie, ora la sinistra di governo non si decide a far piazzare i binari di fondamentali linee europee.

Se riusciamo a perdere quest’occasione ci ritroveremo con meno investimenti, meno posti di lavoro, le merci italiane tagliate fuori e maggiori costi per le esportazioni, dimostreremo all’Europa che questo è il paese dei campanelli, alla Commissione Europea che la parola del nostro governo non vale una cicca, e la stessa popolazione della Val di Susa, smodatamente protagonista di una protesta che avrebbe richiesto una risposta meno molluschesca, avrà fatto saltare qualche binario, ottenendo in cambio file di Tir ecologissimi, paesaggisticamente ammirevoli e per niente intralcianti il traffico locale.

Vabbe’, pazienza. Le autostrade le vendiamo agli spagnoli, la Tav la facciamo fare agli svizzeri, ci rifaremo sul traffico aereo. Se non fosse che Alitalia è in bancarotta. Alla fine dell’anno scorso la società è stata ricapitalizzata per un miliardo, con soldi dello Stato, ora il suo amministratore delegato, Cimoli, ci dice che “più voliamo e più perdiamo”. Cominci a volare lui, a volare via. La sua colpa principale è quella di non avere detto, chiaro, tondo e per tempo, che quella roba lì non è salvabile con le fisime di un’azienda pubblica. Lì ci vuole un proprietario che spieghi ai dipendenti che o si riga dritto o si va a casa, volando, che sappia tagliare senza dequalificare. Finché i soldi ce li mette lo Stato, la politica di questo non sarà capace, e i nostri quattrini saranno gli unici a prendere il volo. Poi arriva l’anima candida di turno e dice: dopo le tasse, occupiamoci dello sviluppo. Facile, in un Paese che rischia, materialmente, di fermarsi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario