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Il disastro della nostra compagnia di bandiera

Alitalia: un “the end” drammatico

L’ennesima sconfitta e "vergogna " del Belpaese

di Enrico Cisnetto - 19 marzo 2008

Come gestire malissimo una vicenda complessa e importante, e come concluderla nel peggiore dei modi possibili. Chiunque in questi anni abbia avuto a che fare con il “caso Alitalia” – politici, manager, amministratori, sindacalisti – merita senz’altro una laurea ad honorem in “disastrologia” per quanto ha fatto e soprattutto per quanto non ha fatto. Un disastro colossale, paradigmatico della “crisi italiana”, fatta di declino economico, marginalità industriale, lassismo, degrado.

Dopo oltre un decennio di incuria, e 20 mesi di burocratiche procedure di “privatizzazione” – paradossale: una società ormai fallita al massimo si può “salvare” – il “the end” di Alitalia è persino più drammatico di quanto non ci si potesse aspettare. Non solo Air France-Klm la prende per un tozzo di pane raffermo – e qui è inutile protestare, non poteva che andare così visto che la società è agonizzante e non ha più un centesimo per andare avanti – e producendo una inevitabile quantità di esuberi, ma dimostra con un rozzo piano industriale che quanto si paventava circa la perdita di qualunque elemento di italianità era più che fondato. Cancellato il settore cargo, che pure riusciva a guadagnare, perchè il trasporto merci è concentrato in Francia; imposta una fondazione di diritto olandese che avrà il compito di controllare se i patti sottoscritti tra le due compagnie e il governo italiano saranno rispettati (umiliante!); indicati passaggi di risanamento che fanno presagire la sostanziale scomparsa di Alitalia e il trasferimento dei suoi slot e del suo traffico su Air France-Klm. Altro che salvare nome e bandiera. Quanto a Malpensa, che se la veda il governo – attuale e prossimo – non è un problema di monsieur Spinetta, tanto meno la causa da oltre un miliardo intentata dalla Sea.

D’altra parte, i nostri colonizzatori sanno bene che se si ritirano all’Alitalia non rimane che portare i libri in tribunale, visto da che da Bruxelles è stato ribadito il no ad ogni possibile ulteriore aiuto di Stato. Non a caso i franco-olandesi hanno detto chiaro e tondo che subordinano la definitiva acquisizione al sì dei sindacati: sanno che possono tirare la corda, e non vogliono trovarsi con il problema delle relazioni industriali ancora aperto dopo la firma del contratto. Rimane solo una possibilità, per evitare il “ricatto” franco-olandese e non procurare il fallimento di Alitalia: il ritorno in gara di AirOne. Quante probabilità ci sono che accada? Poche, forse nessuna. Toto è stato estromesso dalla “privatizzazione” e ha perso i ricorsi che successivamente ha fatto. La cordata che doveva completare dovrebbe riformarsi in poco tempo, e per di più dovrebbe rilanciare sul prezzo d’acquisto visto che gli impegni di grandi investimenti per il rilancio a suo tempo il Tesoro non li ha considerati rilevanti.

Obiettivamente, chi glielo fa fare, visto che anche buona parte del centro-destra alla fine ha plaudito all’arrivo di Air France-Klm? (della serie, se andiamo al governo, meglio avere una rogna in meno). E, d’altra parte, se non AirOne, chi? Insomma, Alitalia sta precipitando, e allacciare le cinture di sicurezza a questo punto rischia di essere inutile. Che ne esca ammainando la bandiera o portando i libri in tribunale, fa poca differenza.

Sempre di sconfitta per il Paese, si tratta. E quel che fa più male è che solo ora, con un brusco risveglio, la colpevole classe dirigente nostrana rinsavisca dal lungo oblio collettivo che ha circondato una vicenda che ci ha fatto perdere 3 miliardi (dieci anni di deficit della compagnia) e la faccia, visto che in giro per il mondo si dice che dopo la monnezza al secondo posto della speciale classifica del nostro sputtanamento planetario viene Alitalia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario