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Cronaca di un week end convulso

Albo signando lapillo

L'Italia ricorderà a lungo il fine settimana appena trascorso

di Marco Scotti - 27 ottobre 2009

Quello appena concluso potrebbe essere uno di quei fine settimana da segnarsi sul calendario, da ricordare per lungo tempo. La storia politica italiana ha vissuto momenti di grande importanza e di grande tensione, proponendo temi che avranno inevitabili ripercussioni sul futuro non solo prossimo.

L’agenda era fittissima di appuntamenti e di incontri: il raduno a Stresa “Identità e differenze”, nell’ambito di Iniziativa Subalpina, organizzato dall’onorevole Michele Vietti, presidente vicario della Camera dei Deputati; il convegno dell’Aspen Institute Italia, di cui il Ministro Giulio Tremonti è presidente, a Lecce; e, last but not least, le primarie del Pd, che avrebbero dovuto (finalmente) stabilire il segretario del partito. Senza contare l’attesissimo rendez-vous tra Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi ad Arcore. In mezzo a tutto questo, una tempesta inattesa che ha sconvolto il governatore del Lazio Piero Marrazzo. E proprio da quest’ultimo avvenimento iniziamo il nostro taccuino.

Non si vuole minimamente indagare la vicenda in sé, convinti come siamo che la libertà individuale sia sacrosanta e inviolabile. Ma non si può dimenticare come alcuni, bollati immediatamente come cassandre, abbiano voluto sottolineare che gli attacchi rivolti al presidente Berlusconi rischiavano di tramutarsi in un boomerang se non avessero avuto a sostegno una critica all’operato di governo che invece non c’è stata. La colpa che si può imputare a chi ha cercato di mantenere alta l’attenzione unicamente sulla questione delle feste a Palazzo Grazioli o a Villa Certosa, senza comprendere che di scandali a sfondo sessuale è piena la storia politica mondiale, non solo quella italiana, è proprio quella di aver avuto scarsa consapevolezza politica e di essere stati privi di “tattica” per usare un termine tanto calcistico quanto militare. Ma, al tempo stesso, non si può dimenticare come alcuni presidenti – Clinton in testa – siano non solo usciti indenni da certe situazioni “spinose”, ma anzi abbiano visto il proprio consenso rafforzato non appena la proverbiale buriana aveva smesso di soffiare sulle loro teste. Ridurre le colpe di Berlusconi alle sue frequentazioni è miope e poco lungimirante; inoltre, rende estremamente vulnerabili ad attacchi futuri: non vogliamo riprendere passi della Bibbia, ma l’abusatissimo “chi è senza peccato scagli la prima pietra” sembra calzare a pennello alla situazione attuale. Ergersi a difensori della moralità, a eternamente retti costringe poi a perniciose evoluzioni lessicali per spiegare perché ciò che fa Lui sia sbagliato e ciò che facciamo “noi” è invece giustissimo.

Le primarie del Pd, che avrebbero sancito il segretario del Partito e, in certo qual modo, dettato la linea futura, hanno incoronato Pierluigi Bersani. “Passata la festa, gabbato lo santo”, e così, dopo i proclami che avevano caratterizzato l’ultimo periodo di campagna elettorale che invocavano unità al di là del risultato dell’elezione, 24 ore dopo la nomina dell’ex ministro dei trasporti ecco la prima grana: Francesco Rutelli annuncia che lascerà il Pd per confluire nelle file dell’Udc, anche se “non subito e non da solo”. Ecco, ma che significa questo “non subito e non da solo”? È una minaccia? Non sarò l’unico ad abbandonarvi? In effetti l’ex sindaco della Capitale non è il solo ad aver deciso di lasciare il Partito Democratico: prima di lui Massimo Calearo, industriale ed esponente di spicco del partito in Veneto, aveva assicurato una sua fuoriuscita in caso di vittoria di Bersani. Le primarie quindi si intrecciano a pieno titolo con il raduno di Stresa, in cui Vietti prima e Casini poi hanno sostenuto la necessità di rimanere opposizione e di mantenersi su posizioni “altre” rispetto a quelle assunte dai due principali schieramenti dell’arco parlamentare. Non è un mistero che in questo momento di scontro senza esclusioni di colpi l’alternativa centrista del partito di Casini offra delle opportunità che l’ala moderata di entrambi i partiti sembra intenzionata a tenere in seria considerazione. Così come non è un mistero che Pd e Pdl stiano facendo carte false per aggiudicarsi, per il momento a livello locale, quel serbatoio di voti dell’Udc che in molte regioni sarebbe senza dubbio determinante. Massimo D’Alema, che molti vedono come oscuro manovratore della mozione Bersani, ha cercato anche a Stresa di traghettare i voti dell’Udc verso il Pd, ottenendo però da Casini una freddezza che deve far riflettere i vertici dei Democratici. Finché Di Pietro e il suo partito verranno considerati alleati privilegiati del Partito Democratico, non si vedono grandi margini di trattativa: si tratta di operare una scelta ben precisa, che toccherà a Bersani e al suo entourage, volta a comprendere quale sia la strategia migliore per trovare quei voti che permettano di vincere le regionali che si terranno a marzo prossimo.

Ci rivolgiamo direttamente al nuovo leader, permettendoci di suggerirgli di ricongiungersi con la famosa “base” e di venire incontro alle esigenze di una working class che, stremata dalla crisi, ha deciso di appoggiare in modo sempre più massiccio la Lega, piuttosto che restare ancorata al retaggio culturale che l’aveva caratterizzata per i primi cinquant’anni della Repubblica italiana. Pensiamo che la vittoria di Bersani, che era stata auspicata anche da molti esponenti di altri partiti, permetta al Pd di ripartire da ciò che fu. Alcuni giorni fa avevamo parlato di come una certa nostalgia del defunto Pci avesse pervaso non solo la gente di sinistra ma anche, e questo dovrebbe far riflettere per davvero, personaggi di spicco dell’altra area politica. Crediamo che Bersani abbia quel filo rosso (e il colore non è casuale) necessario per ricucire gli innumerevoli strappi che hanno caratterizzato le forze progressiste italiane dal 1991 in poi. Siamo certi, infine, che la ventilata apertura a sinistra, magari con un ritorno della sinistra, definita in maniera improvvida “estrema” o “radicale”, all’interno del Pd abbia due funzioni fondamentali: la prima, quella di ricementare un elettorato di sinistra intorno a un progetto unitario, invece che permettere che i voti si disperdessero; la seconda, quella di riuscire a liberarsi, una volta per tutte, dai diktat di Di Pietro e del suo partito, che troppo spesso hanno dettato linee minoritarie, in palese contrasto con la maggioranza del Pd. Un sincero in bocca al lupo giunga da questa pagina al nuovo segretario, e un augurio di buon lavoro. C’è molto, moltissimo da fare. Speriamo di non sbagliarci quando riteniamo che fosse il cavallo migliore.

Sempre di grande attualità è poi lo scontro che si sta svolgendo in seno alla maggioranza, tra Tremonti e il resto dell’esecutivo. Da Stresa, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha voluto sottolineare come non esista “un Partito della Spesa, e i conti pubblici sono in rosso”. Più chiaro di così… Ma è il prosieguo del discorso che ci trova davvero d’accordo con Fini: “Bisogna contenere la spesa senza rallentare la ripresa nei settori di investimento per lo sviluppo. In ogni Finanziaria gli investimenti per la ricerca e l’università dovrebbero continuare a crescere”. Sappiamo bene, invece, come l’investimento sul futuro del nostro Paese venga ogni anno ridimensionato, con tagli che creano non poco imbarazzo tra tutti coloro che, indipendentemente dalla fede politica, ritengono l’istruzione e la ricerca punti cardine di un progetto serio di rilancio di un Sistema Paese che, mai come adesso, si trova nelle secche di una stagnazione preoccupante. Il discorso di Tremonti sul posto fisso, indicato come traguardo di ogni lavoratore, è in realtà una tautologia. È ovvio che esso sia l’ambizione di chiunque, ma non va dimenticato come la flessibilità – che spesso e volentieri viene assimilata alla precarietà – offra soprattutto ai giovani la possibilità di costruirsi un bagaglio esperienziale di notevole fattura. È altrettanto ovvio, d’altronde, che la precarietà, deriva deteriore della flessibilità, impedisca di guardare con serenità al futuro, dal momento che impedisce qualsivoglia progettualità. Non si capisce quindi il motivo di tanto sgomento nelle file della maggioranza, ma a voler essere maliziosi si potrebbe pensare che vi sia stato il timore – per altro, a sentire le parole di Emma Marcegaglia, fondato – che una delle riserve di voti più sicure e abbondanti del centro-destra, ovvero gli imprenditori, non veda di buon occhio un’uscita di questo tipo e, di conseguenza, decida di rivolgere altrove le proprie preferenze. Certo che un’ulteriore crepa in una maggioranza che sta sempre più mostrandosi come l’unione disorganica di due anime non complementari, non potrebbe che mettere a repentaglio la continuità dell’esecutivo, e la sua possibilità di governare per i prossimi quattro anni. È in quest’alveo però che l’Udc o altre coalizioni “terze” potrebbero trovare una linfa vitale inusitata e manca poco, pochissimo perché questo progetto ancora embrionale si tramuti in una nuova realtà che, a nostro giudizio, potrebbe raccogliere consensi importanti. Anche perché le adesioni e le richieste di alleanze iniziano a fioccare e, siamo certi, con l’avvicinarsi delle amministrative non potranno che aumentare esponenzialmente. E ci permettiamo inoltre di sbilanciarci, nel sostenere che questo progetto non può che essere, comunque vada, vincente, non foss’altro perché alieno da logiche denigratorie nei confronti dell’avversario; sarà vincente perché saprà raccogliere intorno a sé quella grande fetta di elettori indecisi, che non si riconoscono né nel Pd né nel PdL.

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