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La balia al Quirinale

Al Colle, per poco

E se il prossimo inquilino del Colle avesse un mandato a termine, utile a traghettare il Paese fuori dalla Seconda Repubblica?

di Davide Giacalone - 10 aprile 2013

Il prossimo presidente della Repubblica, se avrà successo, non durerà in carica sette anni, ma si dimetterà prima. Sarà la balia della terza Repubblica, finalmente basata su una profonda riforma costituzionale e non sulla prepotenza e l’arbitrio della Costituzione materiale (che altro non è se non la smaterializzazione della Costituzione). Poi lascerà che il pargolo vada per la sua strada, tagliando il cordone ombelicale con la seconda Repubblica, il cui unico merito è aver fatto rimpiangere la prima. Il Colle più alto avrà un ruolo decisivo. La scelta è cruciale. Sarà quell’inquilino a dover fare due cose: usare il proprio potere per stabilizzare la politica e ridurre il proprio potere per non destabilizzare le istituzioni. Occorrono esperienza e saggezza, non esibizionismo mediatico e simbolismo sbarazzino.

Il quadro non è poi così diverso da quello del 1993: sistema politico agonizzante; ricchezze italiane (tante e grandi) esposte alle brame altrui; rapporto fra politica e giustizia che è misurabile in diversi modi, ma non con il metro del diritto. Non ci sono le bombe, ma neanche allora c’erano e comparvero nel mentre il Parlamento non riusciva a scegliere. Speriamo di risparmiarcele, come anche la pessima scelta di allora: Oscar Luigi Scalfaro. Dato che la storia non si ripete mai eguale, e dato che allora il presidente uscente (Francesco Cossiga) si era battuto a viso aperto contro le degenerazioni istituzionali, salvo innescarne altre a sua volta, lo scenario odierno avrà sbocchi diversi. Prima di arrivarci è bene riflettere su cosa rappresenta la triade alta della Repubblica: presidenza della Repubblica e presidenze delle Camere.

Sono tutte nomine politiche. Possono generare personaggi minuscoli o giganti, ma mai nessuno al di sopra o al di fuori delle parti. In democrazia è sospetto, per non dire malato, il non essere parte. Eppure sono ruoli di garanzia: il Colle opera sull’equilibrio complessivo dei poteri, i due presidenti d’Aula sull’equilibrio dei lavori parlamentari. Senza andare troppo indietro nel passato, abbiamo cattivi esempi nella storia recente: quando il centro destra portò alla presidenza della Camera Irene Pivetti sbagliò, perché non poteva essere garanzia. Anche allora si sprecarono commenti sulla gioventù e la donnità. La storia è perfida e la vergine vandeana si trasformò in inguainata teleconduttrice. Nel 2006 ci fu un sostanziale pareggio, come oggi, ma una pazzotica legge elettorale assicurò la maggioranza dei deputati alla sinistra, come oggi. Romano Prodi fece la scelta sbagliata e prese tutto (il che esclude possa ripresentarsi quale garante di alcunché). Cadde in fretta. L’elezione di Laura Boldrini e Piero Grasso sono state definite (Ernesto Galli della Loggia) come non politiche. Non era un complimento. Direi di più: saltate o, peggio, ritenute impresentabili le discriminanti politiche, sembrano l’incarnazione della diversità fra il bene e il male. In quelle ore, per giunta, Silvio Berlusconi s’aggirava occhialuto e scuro, oltre che tradizionalmente doppiopettato. Di queste foto non si libererà più, perché sembra l’interprete del male. Tale genere di distinzioni, oltre a essere oltraggiose dell’intelligenza, hanno una caratteristica: nessuno che incarni il bene, o anche il male, può prestare alcuna garanzia. E’ fin troppo ovvio, quindi torno al Colle.

Se il Pd avesse reso (rendesse) possibile la formazione di un governo, consentendo una chiusura meno ingloriosa del settennato di Giorgio Napolitano, con ogni ragionevole probabilità la maggioranza governativa sarebbe stata (sarebbe) anche quella presidenziale. Scegliendo fra quanti sono consapevoli che il bipolarismo fazioso non è il sale, ma il veleno della democrazia. E’ andata diversamente, sicché la seconda possibilità è simil 2006: la sinistra piglia tutto. Possono metterci uno Stefano Rodotà o un Gustavo Zagrebelsky, in un tripudio di faziosità (e ringrazino il cielo che Casaleggio & Grillo non si sono ancora messi a far politica, altrimenti sarebbero loro a proporlo e a far prigioniera la sinistra, in attesa che il capo della destra trovi altra prigione). Sarebbe una scelta legittima, indirizzata verso studiosi che non credo di così pregevole valore, ma neanche persone disdicevoli. Non cambierebbe il risultato: soffiare sul fuoco dello scontro totale.

Della prima via non si è capaci e della seconda si ha (giustamente) paura. In queste condizioni il nome di Napolitano tornerebbe naturalmente in gioco, se non fosse che proprio il suo partito gli ha inferto un colpo durissimo, rendendogli impossibile la soluzione della crisi. Nei lunghi anni di ossequio monarchico, verso un Quirinale che si portava fuori dai binari costituzionali, la nostra è stata voce isolata. Non siamo mai venuti meno al rispetto, non abbiamo ceduto al dispetto, ma neanche ci siamo accodati a quanti ora scoprono quel che scrivemmo allora e pretendono d’insegnarcelo. Eppure, dopo le ultime elezioni, Napolitano è stato un punto di equilibrio. Purtroppo demolito dalla sinistra. Se incapaci di accordo esplicito, anche governativo, le forze politiche del fu bipolarismo, dopo avere dato pessima prova di sé, fornirebbero un indizio di saggezza, ove convergessero. Il nome? E’ importante, ma conta di più la cosa: un presidente in grado di guidare il Paese verso le elezioni, per fare dopo quel che non si è voluto fare prima, vale a dire una coalizione di sicurezza nazionale. Impostare un esecutivo che lasci alla propria maggioranza parlamentare il compito delle riforme costituzionali, garantendo intanto sicurezza dei conti e sovranità nazionale. Poi nuove elezioni, quindi l’abbandono del Colle. Festeggiando un successo e la nascita di una nuova Repubblica.

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