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Genova nel caos

Al buio della lanterna

L'azienda dei trasporti è in bancarotta, si paventa una finta privatizzazione e la città è paralizzata dagli scioperi

di Davide Giacalone - 21 novembre 2013

Nella città della Lanterna si vede bene quanto la ragione rimanga al buio. Genova è nel caos, paralizzata dallo sciopero del trasporto pubblico. Non è una faccenda solo municipale, perché a sua volta manifesta la paralisi da paura, indotta dalla sola idea che si possano fare delle privatizzazioni. Le quali, inoltre, sono fasulle in partenza. Una lezione utile per tutti.

L’azienda dei trasporti genovesi, Amt, è in bancarotta, ma è il modello con cui è stata strutturata che crolla al suolo. Il patrimonio della società è di 8 milioni, i debiti arrivano a 10. L’unico luogo ove si possono portare i libri, se non si è in grado di metterci soldi, è il tribunale. Una possibile via d’uscita è stata trovata nell’idea di aprire a un privato, che privato non è per nulla: BusItalia, vale a dire il gruppo Ferrovie dello Stato. Una classica privatizzazione farlocca. Eppure s’è scatenata la rivolta, la città è percorsa da cortei, sono stati bloccati i caselli autostradali, il consiglio comunale è stato invaso dai manifestanti e il sindaco è dovuto andare via, scortato dai vigili. Intanto alcuni cittadini organizzano servizi pubblici alternativi (l’Amt non gestisce solo i mezzi urbani, e alcuni centri non sono serviti dai treni), affittando autobus per corse autogestite, e Matteo Renzi annulla la sua visita alla città. Non si sa se temendo il traffico, le proteste, o il dovere fare i conti con una privatizzazione.

Perché questo è il punto: l’Amt non era già stata privatizzata? E cosa temono, ora, i lavoratori, nell’avere come azionista un gruppo, quello delle ferrovie, non certo noto per la propria vocazione all’accumulazione capitalista? L’Amt era una classica municipalizzata, classicamente perdente quattrini. Tra il 1981 e il 1993 le tariffe aumentarono sei volte, ma il pareggio dei conti non si sfiora nemmeno. Nel 1998 decidono di aprire al capitale privato e trasformano la società, posseduta dal comune, in una Spa, società per azioni. Si vantano di essere i primi a mettersi in regola con le nuove normative, ma trascurano di dire che il decreto porta il nome di Claudio Burlando (Pci-Pds-Ds-Pd), che di Genova è stato assessore ai trasporti, vice sindaco e sindaco, propri negli anni gloriosi delle continue perdite, per poi divenire ministro dei trasporti (era in cui i treni si prendevano di mira a vicenda). Ora è presidente della Regione. Ieri i lavoratori volevano incontrarlo, ma non era in sede. Tanto per rinfrescare la memoria: è quello che si diede malato durante una seduta del Consiglio, salvo poi mettere in rete le proprie foto nel mentre raccoglieva funghi. Un pasticcione. Diciamo.

La prima cosa decisa dalla nuova Spa fu la creazione di due Spa: una per la gestione delle infrastrutture e il mantenimento, denominata Ami, e una per la gestione del servizio, ancora Amt. Doppi consigli, doppi incarichi. Non doppia efficienza. Poi vendono quote dell’Amt, facendo una gara per scegliere l’investitore: si presentano in dodici, fra cui gruppi italiani, ma vince la francese Trasdev, posseduta dalla Cassa depositi e prestiti di Francia. In pratica vende il comune e compra lo Stato, ma francese. Nel 2011 il socio francese cambia natura, diventando una Srl (società a responsabilità limitata) italiana, posseduta da una società operativa francese, a sua volta posseduta al 100% dallo Stato. Sono notizie che traggo dal sito istituzionale dell’Amt, pur nella difficoltà di un italiano alquanto scivoloso. Risultato: la bancarotta.

Qui entra in scena Ferrovie dello Stato, quello nostro, che può essere scambiato per un privato sì come io per un cinese. Sono loro che dovrebbero metterci i soldi, ma questa volta non in minoranza, come i francesi, bensì in maggioranza. Apriti cielo, scoppia la rivolta. I sindacati dicono: altri erano i patti con il comune e il sindaco Marco Doria (sempre sinistra) non può tradirli. Già, ma posto che la società ha più debiti che capitali e una gestione in perdita, delle due l’una: o c’è un piano per tagliare i costi e aumentare le tariffe, o i conferimenti di capitali servono solo a perderli. Sul taglio dei costi i sindacati dicono che non se ne parla, dato che i lavoratori hanno già dato. L’aumento delle tariffe è fuori discussione, con quel genere di servizio. Mentre anche una società statale è vissuta come una minaccia mercantile, una specie di cedimento alle logiche del mercato. Laddove è vero l’opposto.

Lezione genovese: a. le società pubbliche municipalizzate sono pozzi senza fondo; b. i cittadini pagano, anche sotto forma di perdite e debiti; c. nessuno vuol rinunciare a quel che crede essere un proprio diritto; d. sindacati e politici fanno a gara a chi liscia di più il pelo della follia; e. si scambia per “privatizzazione” la sua negazione. Illuminiamoci tuti alla Lanterna, giusto per capire quali colossali errori si possono commettere (e che il governo Letta ha in programma di ripetere).

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