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Le nuove generazioni nel limbo dell’incertezza

Ai giovani resta l’orgoglio precario

Ricolfi insegna: la società del rischio esiste ed è la nostra. Ma la politica non la vede

di Tommaso Ciuffoletti - 19 aprile 2007

Chi si sorprende oggi per una manifestazione dedicata all"orgoglio gay? Diciamocelo francamente: nessuno. Non ce ne vorranno gli amici delle organizzazioni per i diritti degli omosessuali se partiamo da questa provocazione per proporne un"altra assai più scandalizzante (e non ce ne vorrà Marco Pannella se utilizziamo il termine scandalo, così come lo usò Pierpaolo Pasolini nel suo intervento per il congresso del Partito Radicale del 1975).

La nostra proposta, che gettiamo senza remore come il più classico dei messaggi in bottiglia, è quella di una Manifestazione per l’orgoglio precario. Un"occasione per lanciare una sfida ed una provocazione allo Stato, ai sindacati e alle forze politiche, ma anche la ricerca di un"interlocuzione a partire da un messaggio che dica: eccoci, siamo qua, siamo i famosi "outsiders", disposti ragionevolmente ad esserlo, ma a patto di avere il diritto di non esserlo in eterno e di avere un nuovo sistema di garanzie.

Ci sia permesso di essere tanto sommari (dato che come ogni provocazione è innanzitutto animata dall"intenzione di aprire un dibattito), quanto ambiziosamente sprovveduti (dato che mai sarà raccolta) nella presentazione di questa proposta. Per farlo partiamo dall"analisi che Luca Ricolfi ha recentemente svolto in alcuni articoli e nel libro "Le tre società". Secondo Ricolfi l"Italia appare oggi come l"intreccio fra tre modelli sociali: la prima società, o delle garanzie; la seconda società, o del rischio; la terza società, o della forza. Quest"ultima, scrive Ricolfi, "si fonda sul controllo dell"economia e del territorio da parte della criminalità organizzata, e ha nella politica locale - fatta di favori, clientele, abusi, ingerenze - il suo ingranaggio chiave". In questa sede la "terza società" non c"interessa, anche se contiamo che potrebbe presto interessare chi avrà l"astuzia politica di cavalcare questo tema, assai spinoso e sempre attuale, strappandolo ad una Lega che è invece brillantemente riuscita nell"impresa di trasformarlo in una pagliacciata. Qua c"interessa invece il confronto tra la "prima" e la "seconda" società. Scrive ancora Ricolfi che "il nucleo della prima società, quella delle garanzie, è costituito da pensionati, dipendenti pubblici, operai e impiegati delle grandi imprese: tutte figure protette da importanti sindacati ed associazioni di categoria, e anche per questo scarsamente esposte ai rischi del mercato". Ebbene, la gran parte dei nostri coetanei - ventenni o trentenni che non azzardatevi a chiamar giovani - non appartiene a questa prima società, alcuni aspirano a farne parte, altri no, altri ancora vi si arrenderanno perché stare nella "seconda società" d"Italia è piuttosto stressante. "Il tratto distintivo della seconda società, quella del rischio, è infatti la vulnerabilità delle sue figure centrali: artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, dipendenti delle piccole imprese, occupati atipici, lavoratori irregolari, disoccupati sono sistematicamente esposti sia alle alterne fortune del mercato sia - quando violano o eludono le norme fiscali - all"alea della sorveglianza più o meno vessatoria dello Stato".

Eccoci al dunque. L"abbiamo presa larga, ma alla fine siamo arrivati ad inquadrare le grandi linee che segnano i tratti di quella società del rischio di cui siamo una piccola, ma crescente parte. Una parte che però non riesce a trovare adeguata rappresentanza, che non riesce ad organizzarsi ed a mobilitarsi e che poi, ovviamente, non partecipa alle cene dove siedono esponenti del governo, dei sindacati e di Confindustria. Quello che c"interessa, tuttavia, non è sedere a tavola con Prodi, Epifani o Montezemolo, quanto piuttosto la possibilità - per quanto remota - di mandar loro un messaggio da parte di un settore di società che non trova risposta nelle promesse di sindacati fatti per lo più di pensionati (a partire proprio dalla Cgil), nei proclami di un governo, riformista a parole, ma che nei fatti cede comodamente all"inerzia retorica del "combattere la precarietà" invece di renderla più garantita; e più in generale non trova interlocutori reali in un sistema politico sempre più lontano dai bisogni di un paese che vorrebbe "semplicemente" poter crescere, anche a costo di assumersi tutti i rischi del caso.
Fino ad oggi questa piccola(?) parte di società è rimasta fin troppo silenziosa - si pensi invece a cosa è successo in Francia solo due anni fa - ma crediamo che nessuno sia in grado di dare reali garanzie che possa rimanerlo ancora a lungo. Certo è che anche la massima disponibilità di outsiders ragionevoli, quali ci piacerebbe essere, tende a logorarsi davanti al disinteresse politico e istituzionale, e vorremmo non essere facili profeti di sventura se pensiamo che possa non essere lontano il giorno di un brusco risveglio dall"inedia attuale (anche se la scettica e sopita Mtv generation potrebbe sorprenderci anche stavolta).

Per questo manifestare in nome dell"orgoglio precario, al di là della provocazione di cui abbiamo già detto, potrebbe fungere da campanello d"allarme. Nessuno s"illude che questa proposta sarà mai presa in considerazione per una sua reale attuazione, ma quantomeno potremo dire: noi c"avevamo provato.

Pubblicato su il Riformista di mercoledi 18 aprile

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