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Tasse alte e spesa pubblica crescente

Agenzia delle Uscite. Con meno Entrate

La spesa pubblica è saltata 475 a 722 miliardi. Tolta l’inflazione, la crescita netta è stata di 124 miliardi, oltre il 20% in più. Non è abbastanza per decidere di intervenire in modo strutturale?

di Enrico Cisnetto - 02 novembre 2012

Altro che Agenzia per la Coesione, che per fortuna sembra essere stata espunta dalla legge di stabilità. Quello che ci vuole è affiancare alla Agenzie delle Entrate un’analoga Agenzia delle Uscite, con cui selezionare la spesa pubblica e sanzionare gli sprechi, che si calcola ammontino a circa 60 miliardi, cioè circa la metà dell’evasione fiscale. La proposta è emersa a Bari al congresso nazionale dei commercialisti italiani, per bocca del presidente Siciliotti, che insieme a molte altre cose l’ha anche messa nero su bianco in un libro appena uscito, scritto insieme ad Enrico Zanetti (“Un paese migliore. Per un’Italia in cui valga la pena vivere, lavorare, pagare le tasse e ogni tanto anche votare”, Dalai Editore. L’agenzia, che potrebbe nascere sulle ceneri della Corte dei Conti, o come sua radicale trasformazione, deve essere dotata delle stesse risorse e dei medesimi poteri straordinari che ultimamente sono stati concessi a quella condotta da Attilio Befera. La quale, è bene ricordarlo, è diventata tale quando gli Uffici delle imposte sono stati up-gradati.

Tra l’altro, questa trasformazione della Corte dei Conti consentirebbe di rendere meno estemporaneo il lavoro di spending review affidato da Monti a Bondi. Mentre se oggi la sua task force individuasse situazioni di danno erariale, non potrebbe emettere alcun avviso nei confronti dei responsabili. E poi perché un gruppo di lavoro con questi compiti e poteri, dovrebbe essere limitato a contingenze eccezionali come quella attuale, invece che strutturarsi in modo permanente?

Non solo: all’Agenzia delle Uscite potrebbe essere organicamente collegata la Consip, che già ora svolge (egregiamente) il lavoro di centralizzazione degli acquisti per conto delle pubbliche amministrazioni. Siciliotti sostiene che “servono poteri coercitivi, responsabilità chiare e conseguenze sanzionatorie rilevanti e veloci” se si vuole aggredire le inefficienze pubbliche, nazionali e locali. Il che deve significare che se viene accertato un danno erariale prodotto da chi gestisce la cosa pubblica si possa agire allo stesso modo di quanto succede sul fronte opposto per il contribuente destinatario di un accertamento: mantenere l’esecutività del 30% degli importi oggetto di contestazione anche in pendenza di un giudizio della magistratura contabile. Insomma, una rivoluzione per la nostra burocrazia, spesso molto peggiore e più gravemente responsabile della classe politica e di governo.

E che occorra intervenire sulla spesa pubblica lo testimonia il balzo che essa ha fatto negli ultimi dieci anni: da 475 a 722 miliardi. Tolta l’inflazione, la crescita netta è stata di 124 miliardi, oltre il 20% in più. Non è abbastanza per decidere di intervenire in modo strutturale, visto che tra l’altro trattasi solo di spesa corrente e non per investimenti?

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