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Una legge giusta, ma soggetta al ricatto

Affido condiviso: cambiano le cose

Materia dolorosa e di difficile comprensione. Ma tutto nasce dal fallimento dei coniugi

di Davide Giacalone - 16 marzo 2006

Entra in vigore la legge sull’affido condiviso, e taluno sostiene che, finalmente, sono messi sullo stesso piano i diritti dei due genitori, quelli della madre e quelli del padre. La vedo in modo diverso: ad essere valutati con lo stesso metro non sono i diritti, ma i doveri. Fin qui le statistiche parlano chiaro: in caso di separazione o di divorzio la grande maggioranza dei minori è affidato alla madre, cui resta anche la casa, il padre provvede al mantenimento. Questo meccanismo, che i numeri dicono essere quasi automatico, porta ad alcuni paradossi: come l’ex marito che mantiene la baracca dove è andato ad abitare un nuovo convivente.
Il dovere di un padre, quando la famiglia si regge in piedi, non è certo solo quello di portare a casa i soldi. Ha un ruolo anche come marito e come padre, senza che la cosa si possa inquadrare in un regime codificato di diritti e doveri. Vale anche in caso di separazione e divorzio, quando non può essere trasformato in un bancomat che prende sostanza fisica in qualche fine settimana (a questi temi sono dedicati tre giorni di incontri e manifestazioni, a Roma, organizzati dai padri separati, ed in gran parte anche abbandonati). La materia di cui stiamo parlando è dolorosa, e se ne capisce poco la sostanza se non si parte dall’idea che tutto nasce da un fallimento. Un fallimento di entrambe gli ex coniugi.
Con l’affido condiviso le cose cambiano, i minori vengono affidati alla madre ed al padre, i quali sono tenuti, insieme, a provvedere al mantenimento ed a compiere le necessarie scelte educative (scuola, tempo libero, acquisiti, ecc.). In caso di disaccordo, interviene il giudice. E’ fin da subito evidente che una tale legge, più che giusta, può funzionare solo in condizioni di spiccata civiltà. Se uno dei due pensa di utilizzare i figli come arma di ricatto, di vendetta, di semplice angheria nei confronti dell’altro, tutto il castello crolla. E’ una legge che induce e disciplina i buoni comportamenti, e non è detto incontri il dovuto favore fra gli interessati.
Ma non è una legge che parifica i diritti, lo ripeto, bensì i doveri. Siamo troppo abituati a parlare di diritti, tendendo a dimenticare i doveri. Due persone possono ben sposarsi, poi separarsi e divorziare. Sono affari loro e, contrariamente a quanto sostiene il fronte cattolico, penso potrebbero farlo anche in una settimana: si va dal notaio e si dice, grazie, basta così. Ma non sono più affari loro se ci sono dei figli. Perché da coniuge ci si può dimettere, ma da genitore no. Ed essere genitore non significa avere dei diritti, ma dei doveri.
I separati, i loro avvocati, i giudici, faranno tutti bene a render chiaro che operare per l’applicazione di questa legge significa lavorare perché a ciascuno sia reso possibile adempiere al proprio dovere.

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