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Le scelte liberal-keynesiane fondamentali

Adottiamo una linea riformista

Tre consigli al governo per dare un senso alle parole di Tremonti

di Enrico Cisnetto - 23 ottobre 2009

Tanto rumore per nulla. Francamente non capisco il clamore e lo stupore per la “provocazione” del ministro Tremonti sul “posto fisso”. Nel Pdl sono quasi tutti contrari – forse più al ministro che al suo ragionamento, visto il fiorire del gossip intorno al significato in chiave “post-Berlusconi” che avrebbe avuto la sparata di Tremonti – ma hanno scelto la via democristiana dell’esaltare per distruggere: “intendeva dire che è giusto auspicare la stabilità del lavoro nella vita delle persone”, è stato il commento più gettonato. Grazie, e chi mai direbbe il contrario? Il tema è altro rispetto ad una generica aspirazione buonista, e Tremonti lo ha posto con chiarezza: si deve o no difendere i posti di lavoro esistenti? Si devono o meno mantenere le formule contrattuali che favoriscono rapporti di lavoro a tempo determinato e part-time?

E qui è scattata la trappola per le due sinistre. Quella massimalista è corsa incontro al “compagno Tremonti”, pur rivendicando la primogenitura della battaglia contro la flessibilità intesa sempre e comunque come sinonimo di bieca precarietà. Mentre quella riformista, tranne qualche lodevole eccezione (Ichino, per esempio), si è dimenticata di aver fatto qualche passo in direzione liberale – sempre senza equilibrio: o troppi, finendo per scimmiottare i liberisti, o troppo pochi, come in questo caso – e ha scelto di rimproverare Tremonti perché “dice ma non fa”, lasciando così intendere che su quanto affermato dal ministro non c’è nulla da contestare.

In realtà, come quasi sempre avviene, sono in errore tanto il centro-destra quanto il centro-sinistra. Perché nessuno si è accorto che l’affermazione sul “posto fisso” non è affatto estemporanea, ma rientra perfettamente nella linea di politica economica che il Governo ha fin qui tenuto. Qual è, infatti, il senso vero delle parole di Tremonti? Che la crisi ha spazzato via l’idea predominante degli ultimi due decenni, il liberismo, e con essa anche i paradigmi relativi al mercato del lavoro e al welfare. E che essi vanno sostituiti con una rivalorizzazione dei concetti – e dei relativi strumenti normativi e contrattuali – di sicurezza sociale. Ma questo fa tutt’uno con le due grandi opzioni che hanno caratterizzato le scelte del Governo fin qui, riassumibili negli slogan: “durante la crisi non si fanno le riforme strutturali” e “non lasceremo indietro nessuno, per questo garantiamo alla cassa integrazione risorse illimitate”. La prima scelta presupponeva l’equazione – assolutamente infondata, quanto meno in termini automatici – “riforme = macelleria sociale”, la seconda partiva dal presupposto che il grosso del capitalismo italiano avesse già fatto i cambiamenti necessari per adeguarsi ai nuovi paradigmi della competizione globale prima dell’esplodere della crisi, e dunque che quest’ultima fosse un mero accidente congiunturale, una “nottata da far passare” in attesa che si ripristinino le normali condizioni competitive del sistema produttivo italico. Ne consegue la scelta di utilizzare quel poco di soldi che possiamo spendere – cioè senza aumentare deficit e debito, che è obiettivo corretto – per tutelare con la cassa integrazione i posti di lavoro esistenti.

Da qui alla celebrazione delle virtù del posto fisso il passo è breve, come si vede. Dunque, perché stupirsi? Semmai, si trattava (e si tratta) di avere in testa un’altra visione strategica. Che, per quanto mi riguarda, non può certo essere quella mercatista, in nome della quale una parte del centro-destra contesta Tremonti. Perché tra l’opzione ultra-liberista e quella neo o tardo statalista, c’è una vasta area di possibile di riformismo pragmatista, che a me piace definire liberal-keynesiano. Che si traduce in tre scelte fondamentali. Primo: fare subito le riforme (pensioni, sanità, semplificazione istituzionale, riduzione una tantum del debito pubblico) necessarie in sé e capaci di trasformare spesa pubblica corrente e improduttiva in investimenti.

Si possono ragionevolmente stimare 200 miliardi di euro. Secondo: investire quelle risorse per trasformare il capitalismo italiano e il suo modello di sviluppo – che non sono affatto cambiati, se non nel caso di alcune minoranze e nicchie – il che presuppone di non difendere aziende, comparti e posti di lavoro decotti, spiegando agli italiani che esiste anche una “disoccupazione virtuosa” (la Germania l’ha fatto negli anni scorsi delocalizzando ad est, e poi ha assorbito i 5 milioni di disoccupati prodotti). Terzo: investendo sul “welfare to work”, il che presuppone si usare poca cassa integrazione (solo per le aziende in difficoltà davvero momentanea) e molta indennità di disoccupazione. Come si vede, una linea né thatcheriana né colbertista, ma autenticamente riformista.

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