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Public Policy

Le asperità autunnali

Adesso occorre agire

Il Paese ce la può fare”. Ma a patto che si affrontino grandi ristrutturazioni e riconversioni

di Angelo De Mattia - 10 settembre 2009

Si susseguono analisi, stime e previsioni di organismi internazionali e di strutture interne sugli sviluppi della crisi. Le differenze che ne risultano non sono molto significative. Semmai, i divari si manifestano nelle indicazioni o nelle proposte di policy da seguire. E’ di ieri la presentazione di dati di parte confindustriale. L’uscita dalla crisi, secondo il Centro studi (Csc), sarà lenta, lunga e perciò insidiosa. Rivedendo leggermente le previsioni di giugno, secondo il Csc, il pil calerà del 4,8 per cento nell’anno e crescerà dello 0,8 per cento nel 2010. La disoccupazione salirà, nel 2009, all’8,3 per cento, per accrescersi ancora, al 9,5 per cento nel 2010. Nel biennio si perdono settecentomila posti di lavoro.

Anche il Csc ripete la formula – ormai divenuta quasi istituzionale e, di questo passo, rischierà di perdere l’efficacia comunicazione – secondo la quale “il peggio è alle spalle”, ma la crescita sarà lenta e difficoltosa. Altra formula di stile, questa volta adottata dalla Presidente Marcegaglia: “Il Paese ce la può fare”. Ma a patto che si affrontino grandi ristrutturazioni e riconversioni e si sia capaci di gestire mesi difficili. Insomma, le gravi asperità da affrontare sono almeno due: l’uscita dalla crisi e l’innesco di un processo di sviluppo.

Pur senza un esplicito pronunciamento al riguardo, è da ritenere che anche per la Confindustria debbano ancora restare in vigore gli aiuti pubblici concessi per fronteggiare la crisi. Non è ancora il tempo di attuare una exit strategy, se per tale si intende la revoca delle diverse forme di sostegno pubblico e delle misure di politica monetaria. Al più, si potrà studiare e mettere a punto la struttura di una tale fuoriuscita, parte essenziale della quale è la riforma dei sistemi bancari. Ma non ci sono le condizioni per la realizzazione di tale strategia a breve termine. Una revoca del genere, anche se scaglionata a seconda delle misure da riassorbire, rischierebbe di avere dei contraccolpi in momenti non facili, con la conseguenza di provocare un’altra crisi. Piuttosto, proprio l’esigenza segnalata dalla Confindustria di profonde ristrutturazioni industriali e gli allarmanti dati sulla disoccupazione esigerebbero una risposta di politica economica forte e organica, trattandosi non ancora di uscire dalla crisi, ma di affrontarne gli impatti gravi.

Non basta (e non è del tutto vero) ripetere che l’ostacolo principale al recupero dei livelli passati di attività è dato dalla difficoltà di ottenere credito (con riferimento anche alla situazione dell’Eurozona). Martedì il Presidente del Consiglio ha rappresentato una posizione realistica nei confronti del sistema bancario italiano: è da sperare che le differenze, nette, rispetto alle recenti dichiarazioni del Ministro dell’Economia siano reali, rappresentino la posizione dell’Esecutivo e non rispondano all’esigenze di un gioco delle parti. Anche la Dottoressa Marcegaglia ieri ha espresso giudizi responsabili sulle banche, affermando che non servono crociate e che il rischio di credit crunch va contrastato con un diverso modo di valutare, da parte dei banchieri, quei progetti imprenditoriali “che stanno in piedi”.

Il problema del ruolo che soprattutto in questa fase deve svolgere il sistema bancario è sollevato fondatamente. Su di esso ci si confronta quotidianamente; Mf-Milano Finanza ne tratta costantemente. Si dimentica, però, da taluni che il rallentamento del credito, accentuatosi a luglio scorso, è anche conseguenza della contrazione delle iniziative di investimento dovuta ai diversi fattori della crisi. C’è, insomma, un problema di domanda e di offerta.

Nel corso di altri periodi di difficoltà, certamente meno pesanti di quelle attuali – la crisi attraversata essendo la più grave degli ultimi 80 anni – si sono progettate e attuate misure legislative per la riconversione industriale. Un indirizzo della specie è stato promosso dall’amministrazione Usa con l’obiettivo di reagire alla crisi sfruttandola e innovando nell’organizzazione della produzione, anche con provvedimenti in materia di energia pulita. Dunque, nel contesto di un programma di politica economica che affronti la lenta ripresa e che potrebbe trovare agganci nella prossima legge finanziaria, occorrerebbe prevedere specifici provvedimenti di riconversione produttiva e di intervento sul piano occupazionale (oltre all’attivazione degli ammortizzatori sociali). Le difficoltà che la crisi palesa sono strutturali, non contingenti. A esse bisogna rispondere con provvedimenti, del pari, strutturali e di rapida attuazione.

Insomma, se il sistema bancario deve fare meglio la propria parte, non altrettanto, ma molto di più deve fare la leva della politica economica. Il quadro conoscitivo e previsionale non può dirsi, ora, carente. Ci saranno a breve ulteriori occasioni (il Bollettino trimestrale della Banca d’Italia, altri momenti istituzionali) per corroborarlo. Ma adesso occorre agire. Bisogna spostare il discorso sulle “agenda” e sulle “non agenda”. C’è necessità di interventi organici e strutturali. Altro che continuare a pensare a piccole misure, da adottare a sacco d’ossa.

Altro che concionare – come in un corsivo di ieri de Il Sole 24 Ore – sul di più di gettito che si sarebbe potuto ricavare dalla tassazione delle plusvalenze dell’Istituto di Via Nazionale, vista l’impennata delle quotazioni di questo metallo prezioso, se la tassa “sulle riserve aurifere (sic!) della Banca d’Italia non avesse incontrato il no della Bce, le preoccupazioni del Presidente della Repubblica e il rischio di una procedura di infrazione per l’Italia da parte della Corte di Giustizia dell’Aja”.

Cioè, sarebbe stato meglio che “no”, preoccupazioni e rischi non vi fossero stati? Hanno sbagliato tutti? E’ questo ciò che si pensa? O si tratta di un mero esercizio di fantasia, che pone anche il problema della proprietà “ di ultima istanza” delle riserve in questione, come se esistesse quella di prima istanza?

Il Paese ha bisogno di scelte di respiro e che, al tempo stesso, incidano sulla situazione attuale. Ha bisogno di coesione, non di provvedimenti che creino conflittualità istituzionali o di continui moniti (che spesso scadono in minacce) nei confronti di questa o quella categoria.

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