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Alle urne ha vinto l’ingovernabilità

“Adesso l’Assemblea Costituente”

Intervista ad Enrico Cisnetto, presidente di Società Aperta, sul risultato elettorale

di Alessandro D'Amato - 11 aprile 2006

Dalle elezioni più controverse della storia del paese – giusta conclusione di una campagna elettorale orrenda come quella a cui ci hanno costretto Romano Prodi e Silvio Berlusconi – Società Aperta vuole trarre alcune considerazioni e proporre una chiave di lettura e uno spunto per l’azione di tutti i suoi componenti e simpatizzanti. Ha quindi deciso di intervistare il suo presidente, Enrico Cisnetto.

D: Presidente Cisnetto, cosa è successo in queste elezioni? Chi ha vinto? Chi ha perso?
R.: Nessuno. Il dato politico che emerge è che questo risultato innegabilmente è un pareggio sostanziale tra i due poli. Anche se aritmeticamente il centrosinistra ha conquistato una risicata maggioranza, dal punto di vista sostanziale nessuno dei due candidati può dire di aver superato l’altro. E, visto che questo paese non si riesce a governare con una maggioranza netta di seggi (come ha ampiamente dimostrato l’ultima legislatura), figuriamoci come si può farlo con uno 0,1% in più. In secondo luogo, è altrettanto innegabile che il voto è stato sentito da tutti come un referendum tra Prodi e Berlusconi. E questo pareggio, per definizione, significa che hanno perso entrambi i contendenti che puntavano ognuno a un’affermazione indiscutibile sull’altro.

D.: Sembra però che nessuna delle due coalizioni possa cantar vittoria dopo questi esiti...
R.: Certo. Il risultato va a detrimento anche delle aspettative create nell’uno e nell’altro schieramento: il centrosinistra pensava di vincere a mani basse, anche ringalluzzito da sondaggi che hanno sempre dato ragione a Prodi e Fassino, e invece Berlusconi ha effettuato una rimonta che – anche se imputabile in massima parte alla sua abilità ad “offrire di più” in una campagna elettorale che è sembrata via via sempre maggiormente un’asta tra concorrenti ubriachi – ha spinto Forza Italia verso percentuali altissime e trascinato tutta la coalizione. D’altro canto, il centro destra si è trovato nella condizione ideale per governare in questi 5 anni, grazie all’ampia maggioranza di cui poteva godere, e non ha fatto altro che ripetere di aver raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissato e di aver realizzato il 100% del suo programma di governo. Quindi, viste le aspettative, avrebbe dovuto vincere a man bassa. Invece, si è trovato a dover rimontare una situazione di svantaggio netta ed è arrivato a questo risultato solo per il rotto della cuffia. Evidentemente, l’azione di governo non è stata poi così efficace.

D.: E ora, che fare?
R.: In una situazione come questa, di pareggio sostanziale tra gli schieramenti, la politica aveva di fronte due possibili comportamenti da tenere. Il primo era muoversi in una logica di accordo e di dialogo bipartisan (tanto più necessario quanto più ci si rendeva conto che i due non-dialoganti per eccellenza, Prodi e Berlusconi, hanno entrambi perso), per trovare una serie di punti comuni sulle priorità del Paese. Oppure, fare come ha fatto Prodi: disinteressarsi del risultato politico uscito dalle urne e attaccarsi a quello aritmetico, annunciando la vittoria (ringraziando quella legge elettorale che era stata tanto disprezzata dal centro sinistra, visto che, ad onta della definizione di proporzionale, permette una vittoria senza avere maggioranza effettiva dei voti). E poi dichiarare che vuole governare prendendosi tutto (anche le presidenze di Camera e Senato), il che equivale all’autolesionismo più spinto e allo spingere il Paese in un clima di guerra civile strisciante. Anche perché sia per le Camere che per la Presidenza della Repubblica serviranno, per i primi scrutini, serviranno maggioranze qualificate a questo punto impossibili da ottenere.

D.: Quale contributo può dare Società Aperta in questa fase?
R.: Oggi, Società Aperta, in un paese diviso e che va verso l’ingovernabilità, vuole essere sempre di più il luogo del dialogo. Un dialogo al quale, in un momento così drammatico, possono e devono partecipare i riformisti dell’uno e dell’altro schieramento. Per un motivo semplice: non ci sono altre alternative. Non si può tornare a votare, per il semplice fatto che questo sarebbe irrispettoso nei confronti degli italiani, che si sono espressi (e mai come oggi il Parlamento è l’espressione perfetta di un paese spaccato a metà). Sta alla Politica ora mediare tra gli interessi e riuscire a decodificare e interpretare il voto. Se è in grado di farlo. E non si può nemmeno rifugiarsi negli espedienti come quel “governo tecnico” che qualcuno chiede a gran voce: la governabilità si assicura in parlamento, non con la tecnocrazia che, non a caso, è l’opposto della democrazia.
Oggi quindi, a gran voce e proprio in virtù di questo risultato elettorale, Società Aperta chiede la convocazione di un’Assemblea Costituente, che assicuri quelle che tutti hanno individuato come priorità: metta mano alle regole della politica (in primo luogo questa pessima legge elettorale, e poi il sistema di governo, che va rivisto il prima possibile) e alle questioni scottanti della finanza pubblica (la riduzione del debito e del rapporto con il pil, e la finanziaria). Questo è ciò che un’”alleanza dei volenterosi” tra i riformisti di tutti e due gli schieramenti può e deve fare se ha a cuore le sorti del Paese. E’ l’ultima chiamata. Ora o mai più.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario