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L'editoriale di TerzaRepubblica

Adelante con juicio

No al conservatorismo oltranzista del duo rodotà-zagrebelski Ma se le riforme sono quelle di Senato e province, meglio non farle

05 aprile 2014

L’intento, duplice, è nobile. Da un lato, dimostrare al Paese che dopo anni di immobilismo finalmente si è imboccata con decisione la strada riformista, e che non ci si ferma di fronte a niente, tantomeno davanti al solito “conservatorismo benaltrista”. Dall’altro, tentare di arginare la crescente deriva dell’antipolitica, che potrebbe prendere il sopravvento alle prossime elezioni europee, con progressive iniezioni di populismo nella speranza che siano immunizzanti. Ma il rischio che si corre – passare da un estremo all’altro, per cui dopo tanto immobilismo ora l’importante è fare, anche a prescindere dal merito di cosa si fa – è altissimo. Anche perché ogni volta che la politica italiana si è buttata sulla strada delle riforme “finalizzate ad altro”, ha pestato letame, facendone pagare le conseguenze al Paese. Così è stato, per esempio, per la riforma pseudofederalista del Titolo V della Costituzione, fatta dalla sinistra per agganciare la Lega, o arginarne l’avanzata, e risultata un autentico disastro. E così rischiamo che avvenga per le riforme istituzionali messe in campo da Renzi (abolizione di Province e Senato), fatte per contrastare Grillo sul suo stesso terreno qualunquista.

Prendiamo la questione Senato. Come ha ben ricordato Napolitano, l’atavico problema italiano è quello del “bicameralismo perfetto”, che ha rallentato in modo insopportabile – e tanto più ora, nella stagione delle “decisioni rapide” per star dietro alla velocità dell’economia e delle innovazioni tecnologiche – la nostra produzione legislativa. È questa la disfunzione che genera macro diseconomie, non la micro questione del numero dei parlamentari e del loro costo (riducibili entrambi, per carità). Tanto meno il problema è l’esistenza stessa della “camera alta”, che ha ragioni di garanzia che non debbono necessariamente essere sacrificate per ottenere l’obiettivo, sacrosanto, di una maggiore speditezza dei lavori parlamentari e quindi di un aumento del tasso di governabilità. È vero, molti paesi hanno sistemi monocamerali ottimamente funzionanti, ma se si vede che s’intende – come sembra – abolire il Senato e nel contempo rafforzare l’esecutivo, magari aggiungendo anche l’introduzione di una legge elettorale iper-maggioritaria e che prevede la nomina dei parlamentari da parte di chi guida l’esecutivo, allora non è disfattismo pensare che l’equilibrio istituzionale risulta compromesso. Il tema non è l’abolizione ma la trasformazione del Senato? Peggio ci sentiamo, se la via è quella di farlo diventare il dopolavoro degli assessori regionali e comunali, cui per di più si affida il compito di votare le riforme costituzionali. Non sarebbe più proficuo dividere le competenze tra Camera e Senato in modo da raddoppiare la velocità della produzione legislativa? Se un ramo del Parlamento si occupa di certe materie in via esclusiva, e il secondo ramo di altre, lasciando il doppio voto solo per la fiducia e sfiducia ai governi, si avrà una produzione legislativa doppia e rapida. Troppo poco vendibile nell’agone elettorale? Ma così è pensare che gli italiani siano scemi, e non lo sono. Se sono diventati intolleranti alla politica è colpa della cattiva politica, non del loro dna. Fate riforme serie, e vedrete che i voti arriveranno.

Prendiamo la presunta abolizione delle Province. I lettori di TerzaRepubblica sanno che questa è una nostra battaglia. Dunque, non possiamo certo essere tacciati di benaltrismo se diciamo che così non va. Le Province non sono state affatto eliminate, restano dove sono, per di più con un possibile aggravio di costi dovuti al diverso trattamento del personale, mentre ne viene cancellata la rappresentanza democratica. Per eliminarle occorre una riforma costituzionale, che o non passerà mai o si sarà costretti a forzare la lettera e il senso dell’articolo 138, come è nell’aria. Si dice: ma qui si gioca la partita tra cambiamento e conservazione, bisogna schierarsi. Va bene, forziamo pure. Ma se il gioco vale la candela. Allora se il governo prepara un’organica riforma dell’intero sistema del decentramento amministrativo, riformulando il Titolo V – creazione di 6-7 Regioni-Lander, abolizione totale delle Province, tetto minimo dei 5 mila abitanti per i Comuni (il 70% degli 8100 attuali è sotto), cancellazione di molte istituzioni di secondo e terzo grado inutili – siamo pronti a chiudere entrambi gli occhi pur di agevolare una riforma così decisiva. Ma questa è una riformicchia, e far credere altro ai cittadini significa precludersi la possibilità di arrivare alla grande riforma. Stesso discorso per il rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio, che è un primus inter pares anche se da anni facciamo finta che sia un premier, e per di più eletto dai cittadini. Si vuole modificare questo stato di cose? Ottimo, siamo favorevoli. Ma nel quadro di una riforma organica degli assetti istituzionali. Che non si possono mutare a spizzichi e bocconi, e per di più sulla base di parole d’ordine pescate dal gergo populista. Per non parlare della riforma della legge elettorale: farla è una necessità, ma una legge che mischia sbarramento, premio di maggioranza e doppio turno è una pessima legge, che per di più è esposta, essendo di fatto un “porcellum bis” e pure peggiorato, alla mannaia della Corte.

Insomma, noi non apparteniamo alla congrega di quelli che evocano lo spettro della “svolta autoritaria” e gridano che la “democrazia è a rischio”. Il conservatorismo oltranzista dei custodi della “costituzione più bella del mondo” non ci piace. Viceversa, siamo per riforme radicali, e in tempi rapidi perché il Paese “non ne ha più”. Ma consideriamo che siano radicali perché affrontano in profondità i problemi, non perché siano facili da “vendere” sul piano della comunicazione politica, e cioè accarezzino il pelo per il verso della vulgata qualunquista oggi in voga. Abbiamo detto fin dal primo momento che – accantonando pulsioni e antipatie, e facendo ricorso a tutto il pragmatismo di cui siamo capaci, anche in virtù dell’impraticabilità o dell’inesistenza di alternative – avremmo appoggiato Renzi e il suo “governo Erasmus”, con senso costruttivo. Tuttavia, non possiamo farlo rinunciando in toto ai “se” e ai “ma”. Non ci si chieda – come qualche amico lettore ha fatto – di praticare il fideismo. Non è da noi e comunque non faremmo un piacere a Renzi. Anche se sul fronte opposto ci sono gli insopportabili Rodotà e Zagrebelski.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario