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L'ultima settimana calda

Addio Mondo

Ricordi e auguri per un giornale di cui c'è ancora tanto bisogno

di Enrico Cisnetto - 28 febbraio 2014

E io adesso, al venerdì, che faccio? Sono troppo abituato a leggerlo e a scriverci, per accettare l’idea che “Il Mondo” possa sospendere le pubblicazioni – anche solo per pochissimo tempo, come mi auguro – e venirmi a mancare. Sono decenni che per me – e per tanta gente, più di quanto non dicano i freddi numeri – è un punto di riferimento imprescindibile. Non sono così vecchio da essere coevo di Mario Pannunzio e del suo “Mondo”, ma è dal 1970, anno in cui mi sono iscritto al Pri di Ugo la Malfa, che lo sfoglio avidamente per vedere come si fa(ceva) giornalismo, cultura e politica pubblicando un lenzuolo stampato. Poi al Mondo ci ho lavorato: quattro intensi anni, a partire dal 1984, in cui non c’era notizia economico-finanziaria – e allora ne succedevano di cose a Milano, nella “finanza da bere” – che non fosse o anticipata o vivisezionata da un gruppo di redattori con i controfiocchi. Tra gli altri ricordo – senza voler far torto a nessuno – Di Vico, Tamburini, Calabrò, Zampaglione, Meletti, Orizio, Sarcina, Di Martino. Un certo Roberto Napoletano ci dava le notizie da Napoli. E poi, 15 anni fa, con direttore Gambarotta, il ritorno da opinionista con la rubrica che è questa ancor oggi.

Non vorrei sembrarvi melenso, né tantomeno ho intenzione di cadere in tentazioni retoriche, ma la funzione di questo giornale è stata davvero straordinaria. Sia quando è nato sotto la stella dell’intelligenza laica di questo paese catto-comunista, sia quando – con una continuità più evidente e forte di quanto non si immagini – è diventato un giornale finanziario, rispecchiando una specializzazione che per tanto tempo è stata considerata solo per addetti ai lavori: nell’uno come nell’altro caso, è stato uno strumento usato per la modernizzazione dell’Italia.

Ora le vicende poco edificanti di un editore non accorto, insieme con un mercato della pubblicità che rispecchia la depressione degli italiani, fanno sì che il Mondo, il mio e vostro Mondo, debba fermarsi ai box. Si poteva e doveva evitarlo. Ma visto che ora ci siamo, si faccia sì che sia una sosta breve. Benzina e un cambio di gomme. Che del Mondo c’è ancora bisogno. Anche – e forse soprattutto – nell’era, speriamo non fugace ed effimera, di Renzi. (twitter @ecisnetto)

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario