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Verso nuovo sistema monetario internazionale

Addio “dollar standard”

Una nuova Bretton Woods un po’ più spostata verso il Pacifico

di Enrico Cisnetto - 30 marzo 2009

In tempi di crisi, è ora di battere (nuova) moneta. Una delle tante conseguenze di questa crisi finanziaria, probabilmente, sarà l’avvento di un nuovo sistema monetario internazionale, non più basato sulla centralità esclusiva del dollaro. Fantascienza, quella della fine del “dollar standard”? Mica tanto.

Da una parte, il 28 dicembre scorso, gli Stati del Golfo (Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Qatar, Oman e Bahrein) hanno deciso di rompere gli indugi e, con una decisione storica, hanno fissato per l’inizio del 2010 l’entrata in vigore di una valuta unica, la moneta del Golfo appunto. Dall’altra, recentemente, Cina, Giappone e Corea del Sud hanno ribadito il progetto (ventilato già nel 2006) di dar vita ad un “euro” con gli occhi a mandorla. E nella vecchia Europa, la Gran Bretagna da qualche mese ha dato segnali di apertura – complice la crisi del suo sistema economico, basato per il 30% sui servizi finanziari – a un’ipotetica entrata nell’euro. Ancora: la Russia, scossa dalla flessione dei prezzi di energia e materie prime e dalle insostenibili spese di riarmo, tenta disperatamente di salvare il rublo dalla forza di attrazione dell’euro (ad ovest) e dal cinese yuan (ad est).

Ma è proprio dalla Cina che è arrivata la novità più rivoluzionaria degli ultimi tempi: quella, avanzata dal governatore della Banca centrale di Pechino, di abbandonare il “dollar standard” per passare ad una grande divisa mondiale da far nascere sotto l’egida del Fondo Monetario.

Abbandonare, cioè, la supremazia del biglietto verde, “inventata” sessant’anni fa a Bretton Woods. Idea balzana? Non tanto: e non (solo) perché la crisi nata negli Usa abbia messo in ginocchio il dollaro.

Semmai, è il biglietto verde che non può più gestire la crisi. Primo, a livello simbolico, perché gli Stati Uniti non sono più capaci, geopoliticamente, di esprimere l’unica leadership planetaria, mentre il mondo ha necessità di una governance multilaterale che rispecchi il peso specifico di altre potenze come India, Brasile, Cina, attualmente sottorappresentate in rapporto al loro contributo alla formazione del pil mondiale. Secondo, a livello pratico, perché il biglietto verde, per salvare se stesso, rischia di uccidere gli altri pazienti. Come ha sottolineato Jacques Attali al meeting di Confagricoltura di Taormina, gli Stati Uniti stanno curando “l’eccesso di debito con il debito”.

Stanno cioè rientrando da un paradigma basato su un’esagerata leva finanziaria (fino a 1 a 25) appesantendo ancor di più la spesa pubblica. E questo nuovo deficit spending avrà conseguenze pesantissime soprattutto sul resto del mondo. Basti pensare che negli ultimi sei mesi la Federal Reserve ha raddoppiato la base monetaria, e si appresta a quadruplicarla nel prossimo semestre per ricomprare sul mercato titoli dello stesso Tesoro americano e asset tossici in mano alle banche.

Con la conseguenza di un’inflazione micidiale in cui finiremo tutti, dipendenti come siamo dal dollaro, una volta che la crisi sarà finita. I cinesi per primi: i quali detengono riserve valutarie per duemila miliardi di dollari, che potrebbero venir fortemente deprezzate. Duemila ragioni più che valide, dunque, per sostenere molto seriamente la loro proposta di una nuova valuta internazionale. E per accelerare i tempi di una nuova Bretton Woods. Che, rispetto alla prima, c’è da giurarci, sarà un po’ più spostata verso il Pacifico.

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