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Lo scandalo della Regione Lazio

Accorpare i comuni, abolire le province, ricostruire le regioni

La decentralizzazione del potere ha prodotto mostri di proporzioni enormi. Andrebbero abolite tutte le poltrone fatiscenti, improduttive e dannose. E un vecchio studio della Fondazione Agnelli aveva anche detto come fare.

di Enrico Cisnetto - 22 settembre 2012

Il “caso Lazio” mostra il lato più insopportabilmente laido della politica nostrana, che procura negli italiani “normali” – anche quelli, come noi, lontani anni luce dal populismo e dalla visceralità dell’antipolitica – un senso di reattiva repulsione e insieme di passivo sgomento. Sentimenti che non vengono certo attenuati, anzi, dalla consapevolezza che non si tratta di un caso isolato.

Perché, pur senza voler impropriamente generalizzare, il malcostume è prassi diffusa anche e soprattutto nelle amministrazioni regionali e locali. Vedi, per esempio, la Sicilia, dove gli elettori saranno chiamati il 28 ottobre a sgombrare le macerie lasciate da Raffaele Lombardo.

Assistiamo ad un “cupio dissolvi” continuo della classe politica, proprio mentre le aspettative di cambiamento e trasparenza sono massime, che rischia di pesare pericolosamente sulle prossime elezioni perché il sistema politico è ancora impantanato in una transizione – quella tra Seconda e Terza Repubblica – che fatica a compiersi sia per la persistenza sulla scena dei vecchi soggetti sia per l’incompiuta dei nuovi.

Tuttavia, sarebbe sterile limitarsi ad osservare gli scandali o reagire contro di essi – con rabbia o depressa rassegnazione, la cosa non cambia – senza trarre le debite conseguenze sugli aspetti più strutturali che le vicende da Tramalcione nascondono. In particolare, occorre chiedersi di che segno sia l’apporto degli enti locali al funzionamento del “sistema Italia”, a cominciare proprio dalle Regioni, e se esse siano non solo occasione di sperpero e appropriazione di denaro pubblico, ma anche una risposta sbagliata, sotto il profilo dell’efficienza e dell’efficacia, alle esigenze del decentramento amministrativo.

Diciamocelo chiaramente: l’idea di trasferire il potere decisionale sul territorio, perché sempre e comunque meglio controllato e amministrato in virtù della vicinanza ai cittadini, si è rivelata una pia illusione, frutto di una riserva mentale anti-Stato e anti-Roma che ha fatto scopa con una bislacca idea del federalismo, che invece di essere sempre verso l’alto a unire ciò che è diviso si è orientata verso il basso a dividere ciò che era già unito. Magari con buone intenzioni – Cossiga spiegò che le regioni vennero realizzate per costituzionalizzare il Partito comunista – ma con effetti devastanti.

Da un lato, la moltiplicazione delle rappresentanze territoriali – circoscrizioni, municipi, comuni, comunità montane, enti di bacino, città metropolitane, province e regioni – oltre ai finanziamenti ai partiti, ai gruppi consiliari e alle commissioni, ha anche aumentato le interferenze, le collusioni, le amicizie della politica con il territorio. Dall’altro, ha elevato all’ennesima potenza il contenzioso con l’amministrazione centrale, ha distribuito diritti di veto anche alle piccole comunità (il caso Tav è emblematico), ha moltiplicato l’incidenza della burocrazia (specie verso le imprese) e allargato gli spazi di discrezionalità.

Una Regione non costa ai cittadini solo per le retribuzioni che distribuisce al personale politico e amministrativo. E neppure per le ruberie e tutto ciò che fa prevalere l’interesse personale e di casta su quello generale. Costa anche e soprattutto per quello che fa (o non fa), per le decisioni che prende (o non prende) sulle grandi questioni strategiche che le sono affidate.

Prendete la sanità, nodo gordiano del regionalismo italico, seconda voce di spesa dopo la previdenza del bilancio pubblico: produce un servizio palesemente inadeguato per quello che costa. La “spending review” del governo prevede risparmi per 5 miliardi da qui fino al 2014. Niente, se si considera il tasso di crescita della spesa sanitaria negli ultimi anni, salita del 61% fra il 1990 e il 2000 mentre, una volta trasferita la gestione alle regioni (post riforma del Titolo V) l’incremento di spesa sanitaria è raddoppiato, crescendo del 106% in dieci anni, per un aumento di 68 miliardi l’anno. E’ evidente che occorre togliere alla politica locale il potere di governare la sanità attraverso quei satrapi, direttamente nominati, che sono i direttori generali di ASL e Aziende ospedaliere. E se per ottenere questo risultato occorre prendere atto del fallimento del trasferimento della sanità in capo alle Regioni e decidere di riaccentrare l’intero sistema, ebbene lo si faccia senza esitazioni.

Dunque, non mi scandalizzerei, anzi, se si cogliesse dalla vicenda Lazio l’occasione per fare il bilancio, a oltre 40 anni dalla riforma, dell’introduzione delle Regioni nel nostro ordinamento. Sono state più utili o più dannose? Sono da mantenere, riformare o abolire? Cancellarle tout court sarebbe scelta comprensibile ma probabilmente troppo drastica. Lasciarle come sono sarebbe un suicidio, non solo perché sono ormai diventate, nella loro elefantiaca dimensione e nella loro smisurata ambizione, una sorta di Stato nello Stato. Tanto che, tra il 1990 e il 2010, le Regioni hanno raddoppiato il loro costo. Dunque, la strada giusta è quella di una riforma, seppure radicale, non solo dell’ordinamento regionale, ma dell’intero decentramento amministrativo.

Come? Bisognerebbe rispolverare un vecchio studio della Fondazione Agnelli, che suggeriva di ridurre a 7 il numero delle Regioni, dandogli così una dimensione tipo quella dei lander tedeschi. Naturalmente non ci sarebbe più spazio per quelle a statuto speciale, né questa riduzione giustificherebbe il mantenimento in vita delle Province, che andrebbe integralmente abolite. Quanto ai Comuni, visto che dall’ultimo censimento si evince che quelli sotto i 5 mila abitanti sono il 70% degli 8.092 totali, pur raccogliendo solo il 17% della popolazione, basterebbe applicare la regola che quelli sotto soglia devono sparire (salvo accorparsi tra loro per superare i 5 mila abitanti). Se a tutto questo si aggiungesse poi un deciso sfoltimento delle decine di soggetti di terzo e quarto grado, dalle comunità montane agli enti di bacino, e si avesse il coraggio di adeguare in modo conseguente il numero dei dipendenti, si ridisegnerebbe in modo moderno la burocrazia pubblica e si risparmierebbe oltre un centinaio di miliardi. E la verticale riduzione dei casi di malaffare e corruzione politica ne sarebbe diretta conseguenza.

Ecco un tema decisivo per il programma del “partito che non c’è”. Sono sicuro che aggregherebbe il consenso di milioni di italiani.

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