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Intervista a Sergio Conti

Abolire provincie e regioni, accorpare i comuni

Ecco l’idea quasi rivoluzionaria illustrata dal Presidente della Società Geografica Italiana

di Massimo Pittarello - 29 gennaio 2014

Abolire le 20 Regioni, cancellare le 110 Provincie, creare al loro posto 31 (o 36) “nuove” regioni. Un’idea quasi rivoluzionaria quella che arriva dalla Società Geografica Italiana, che ha presentato oggi il suo undicesimo Rapporto Annuale. La prima delle relazioni si apre con il capitolo “60 anni di politiche territoriali”, a cui dal palco fa eco la caustica battuta “e stiamo ancora messi così male”.

Dal tavolo dei oratori annuisce anche il Ministro per le Riforme, Gaetano Quagliariello, che successivamente rincara la dose: “nessuna politica economica potrà essere efficace senza riforme istituzionali. Dobbiamo costituzionalizzare i costi e i fabbisogni standard”. Poi, non contento, svela che “nei consigli dei ministri c’è una cosa che non manca mai: i contenziosi fra Regioni e Stato”.

In Italia da decenni si parla di abolizione delle province. Qualcuno, tra cui il presidente della Campania, vorrebbe eliminare le Regioni. Intanto, Quagliariello afferma che il testo di modifica del Titolo V partirà “in tempi brevi”. Sta di fatto che l’organizzazione territoriale dello Stato non funziona.

“Manca un disegno complessivo. I costi delle inefficienze sono altissimi, e abbiamo in tutto 16mila enti territoriali in cui si moltiplicano le competenze, aumenta il campanilismo e i costi schizzano alle stelle”, ci spiega il presidente, della Società geografica, Sergio Conti.

Cancellare contemporaneamente regioni e provincie per creare 31 o 36 “nuove” entità regionali. Un progetto ambizioso presidente.. Su quale criterio siete arrivati a formulare questa proposta? La politica è preoccupata di tagliare i costi, ma non c’è solo un problema di spesa pubblica eccessiva. Quello che rileva, prima di tutto, è il livello dell’efficienza e del funzionamento dei vari enti amministrativi e i rapporti fra di essi. Le “reti urbane” sono il principio sul quale ci siamo basati perché sono i pilastri fondamentali su cui si basano le vite dei cittadini. Abbiamo pensato al miglior ritaglio possibile sul maggior numero complessivo di funzioni, per un riordino territoriale dell’Italia. Noi ragioniamo verso 31 o 36 regioni, ma che possono anche essere 34. Ci tengo però a sottolineare che questo progetto è inscindibile con l’aggregazione dei Comuni.

Questo eliminerebbe i diritti di veto.. E’ importantissimo ciò che dicono i cittadini, ma non è possibile continuare a suddividere l’Italia in migliaia di soggetti. Noi non vogliamo cancellare i comuni tout court, ma aggregare le funzioni amministrative e cementare i centri decisionali in modo che possano svolgere in modo efficiente le proprie politiche. Se sono nato in un Comune potrò sempre dire di essere nato in quel Comune. Non scompaiono i soggetti. Vengono trasferite le funzioni.

Insomma, oltre alle “provincie inutili” e alle “regioni spendaccione e astratte”, c’è da mettere anche i comuni sul banco degli imputati? Una delle cose peggiori in Italia è l’esistenza di 8100 comuni. Oltre alle funzioni urbane, alle reti di connessioni, agli assi di connessione, c’è da considerare assolutamente l’accorpamento dei comuni. Anche sulla base degli studi dell’Istat abbiamo individuato dei “sistemi locali” in base ai centri di lavoro, o a quelli di vita, o alla distanza fra di essi. Si arriverebbe a delle “unioni comuni”.

Ma un limite numerico? Qualcuno direbbe sotto i 5000, altri sotto i 1000.. Queste soglie dimensionali non hanno senso. Quello che ha senso è l’aggregazione delle funzioni che si giocano. Per esempio, nel Nord Italia ci sono comunità montane con 100 abitanti che non hanno nessuna ragione di esistere. Si può aggregare una comunità montana attuale, trasformandola in una “aggregazione di comuni”, che può anche essere inferiore alla soglia stabilita da Delrio (1000 abitanti, ndr) o precedentemente da Monti (5000 abitanti, ndr). L’importante è l’organizzazione delle funzioni di tali unioni.

Quante sarebbero tali “aggregazioni di comuni”? Da 8100 si passerebbe a 350. Quel livello di governo dove si può realizzare un minimo di politica territoriale, sanitaria, di trasporti. Questo significa che, per esempio, se sono nato nel comune di Caprauna (122 abitanti, in provincia di Cuneo, ndr) sono sempre di Carpauna, solo che le funzioni organizzative si svolgono ad un livello più alto.

In Italia alcuni livelli di governo, come le attuali Regioni, sono state una creazione dall’alto. Il vostro studio invece parte dai territori e crea poi le istituzioni locali? Il nostro progetto studia i territori, i processi economici in atto, come si relazionano le imprese, dove si va a lavorare, quali sono le funzioni urbane (che sono tutte quelle funzioni a cui cittadini e imprese si rivolgono in una città). Nella nostra suddivisione delle aree abbiamo tenuto conto di questi elementi. Le Regioni sono state un’invenzione. Dopo l’Unità d’Italia dovevano fare un censimento e un certo Maestri disse di dividere l’Italia in regioni, in modo da poter svolgere il censimento. E poi sono rimaste tali e quali.

In questi giorni si discute di Riforma del Titolo V.. Parliamo delle nostre ricerche, noi siamo un ente di cultura.

Però i vostri studi sono svolti in collaborazione con il Ministero degli Affari Regionali e delle Autonomie di Delrio… Ci hanno chiesto una mano in quanto siamo il più antico istituto italiano che si occupa di territorio

Ma poi lo hanno usato questo studio? Il ddl Delrio è andato per conto suo.

Ma quel disegno di legge che fine fa fare alle provincie? Abolisce i consigli provinciali, mentre le provincie stanno sempre lì. Un"altra cosa su cui noi siamo molto dubbiosi sono le macroregioni. Il problema è la vicinanza dei cittadini ai servizi, alle rappresentanze, alle attività economiche, che è rappresentata – più o meno – dalle provincie. Non le province attuali, certo, ma quelle rivisisitate nei loro confini. Inoltre, le nuove potenziali 31 o 36 regioni dovrebbero essere dotate di autonomia, tipo la Valle D’Aosta

Ma le regioni a statuto sono quelle che spendono di più e che hanno i buchi di bilancio maggiori.. Ma sono anche quelle che funzionano meglio. A volte spendono di più, ma dipende. E penso si possa razionalizzare il tutto..

Nello studio si dice di dare “piena attuazione alla funzioni delle rappresentanze territoriali”. Ad esempio: la sanità? Le reti infrastrutturali sia di viabilità sia di approvvigionamento energetico? La sanità rimarrebbe regionalizzata, mentre le reti infrastrutturali sarebbero in capo allo Stato centrale. Però poi l’organizzazione dei trasporti dovrebbe obbligatoriamente passare per questi nuovi organismi. Quello dei pendolari, per esempio, è un problema drammatico. E’ vero che abbiamo costruito l’alta velocità, ma noi da geografi abbiamo definito questi corridoi come tunnel, perché si esce dal tunnel e non si trova nulla. Serve una rete che porti la gente nei dintorni delle grandi metropoli. Questa è una grande differenza con il resto d’Europa. E le “nuove” entità regionali potrebbero colmare il gap.

Ma secondo lei, la politica ha la volontà e la forza per intraprendere un percorso di questo genere, difficile sia per il passaggio costituzionale, sia per quello degli interessi su cui va a incidere? Guardi, io ho fatto l’assessore 5 anni. Di politica non ne voglio più sapere.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario