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Lo stare a guardare oggi non è più consentito

Abolire o riformare l’Irap?

Quel che continua a mancare è vero programma di politica economica e di finanza pubblica

di Angelo De Mattia - 27 ottobre 2009

Abolire o riformare l’Irap? Ora o in futuro? Il casus belli è stato determinato dalla lettera del premier Berlusconi al convegno della confederazione dell’artigianato, lettera dalla quale si poteva evincere che l’abolizione, o comunque la ristrutturazione, dell’imposta sulle attività produttive sarebbe stata prossima. Ne sarebbe scaturito il dissenso del Titolare del Tesoro, con tutto il seguito di tensioni all’interno dell’Esecutivo, osservate in questi giorni, sul tema degli effettivi poteri di governo dell’economia. Il messaggio del Premier non faceva riferimento alla necessaria copertura, dato il carattere di un indirizzo del genere a un convegno. Si è detto, allora, viste le marce indietro che sono sopravvenute, che si è trattato di una riforma durata l’espace d’un matin.

Sono seguite, poi, dichiarazioni di uomini di governo, tutte concordemente miranti a ribadire che il superamento dell’imposta è previsto nel programma dell’Esecutivo, ma è comunque un impegno da onorare nell’ambito dell’intera legislatura, volendo con ciò dire che solo un fraintendimento ha potuto ingenerare la convinzione che si tratti di una abolizione immediata o a breve. Il gettito dell’imposta si aggira sui 40 miliardi. Al di là delle questioni relative alla sua compatibilità con un assetto fondato sul federalismo fiscale, se non si vuole dar ragione a chi afferma che è in atto un contrasto tra spesa pubblica facile e rigore economico- finanziario, è necessario che chi ritiene che l’imposta in questione debba essere riformata a breve indichi i modi attraverso i quali si assicurerebbe la copertura a interventi anche parziali, miranti cioè a dedurre il costo del lavoro e gli interessi passivi.

Gli oneri da sostenere per una riforma limitata sono variamente indicati, fino a ipotizzare un impatto di 12 miliardi. E’ ovvio che il finanziamento non può derivare , in larga parte, dal gettito dello scudo fiscale, trattandosi di un introito una tantum a fronte di una misura strutturale. Né sembrerebbe opportuna una compensazione, sia pure solo in parte, attraverso una manovra sull’Iva, in una fase in cui è necessario operare per il rilancio dell’economia e non incidere negativamente sul bilancio delle famiglie.

Occorre, in ogni caso, tener presente che nei primi nove mesi dell’anno in corso le entrate tributarie di cassa del bilancio della Stato sono diminuite del 3,2 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2008, che il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche aumenta notevolmente, superiore di 39 miliardi circa rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e che aumenta altrettanto significativamente il debito delle amministrazioni pubbliche. I conti pubblici – ha sottolineato il recente Bollettino trimestrale della Banca d’Italia – sono in forte deterioramento.

Significa, tutto ciò, che sia da escludere un intervento sull’Irap? No. Certo, la riforma non può avvenire, per ovviare agli ostacoli sopra richiamati, eliminando gli sprechi ,genericamente indicati, dell’amministrazione pubblica. Se questo comparto deve essere preso in considerazione, ciò non può non avvenire menzionando con estrema puntualità quali sono gli sprechi, come si eliminano e in quanto tempo (per evitare che il richiamo ad essi sia simile a quello frequentemente effettuato, riguardante la generica lotta all’evasione che dovrebbe assicurare le coperture di questa o quella spesa, nonostante la sua vaghezza ). Così come appare non appropriato compensare la manovra sull’Irap con l’eliminazione dei trasferimenti alle imprese a fondo perduto: occorrerebbe, almeno, dire poi quale sarebbe il saldo netto di una operazione della specie. Neppure la copertura attraverso la quota non impiegata dei Tremonti bond appare possibile, considerato che essa,considerato il non utilizzo, non ha dato luogo, come è stato ricordato, a una operazione finanziaria ( con un credito dello Stato).

Gira e rigira, l’unico serio intervento di copertura è dato dalla promozione delle riforme strutturali e, in particolare, dall’anticipo, che può essere realizzato tempestivamente, di alcune delle misure di una necessaria riforma della previdenza, unito a interventi, puntualmente indicati, di razionalizzazione della spesa pubblica, in particolare relativi agli acquisti. Ma si può procedere a pezzi e bocconi? Una volta è l’abolizione dell’Irap, un’altra è il rimborso dei crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione, un’altra è l’utilizzo dei Tremonti bond, un’altra, ancora, la modifica di Basilea 2, e cosi via. Quel che continua a mancare è un piano organico, nel quale siano indicate tutte le misure che si ritengono opportune e necessarie per le imprese e le famiglie e le corrispondenti forme di copertura.

E’ un vero programma di politica economica e di finanza pubblica di cui si avverte la necessità. Al limite, può anche essere stata valida per una certa fase – pur avendo mille dubbi al riguardo - la politica economica flemmatica. Ora , però, non lo è più, se mai lo è stata. Occorre cambiare registro. Procedere con una politica dei numerosi rivoli, disiecta membra, non dovrebbe essere più possibile, come difficile da sostenere è, appunto, la politica dell’attesa. Non esiste solo un contrasto tra i fautori della spesa facile e i sostenitori del rigore. Ve ne è un altro, ben più rilevante, tra i paladini del rigore immobile, il rigor mortis, facile da mantenere, ma alla lunga fatale, e quelli che vogliono una politica di rigore che si dia giustamente carico, quanto al rapporto tra debito e deficit con il Pil, sia del numeratore sia del denominatore. Quest’ultima, oggi, è la vera alternativa. Iniziando ad agire sulla struttura con misure adeguate, attese da anni, non si corre sicuramente il rischio che si ampli il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e i corrispondenti tedeschi, se si opera un intervento di alleggerimento fiscale.

Ma si potrebbe seguire pure l’altra via, quella cioè della tassazione delle rendite, accanto a interventi sulla spesa, che libererebbero risorse adeguate per la riduzione delle imposte alle imprese e alle famiglie. Sussistono alternative oggettivamente sostenibili, ma esse comportano un sostanziale cambiamento di impostazione che potrebbe richiedere anche più ampie convergenze. Ma lo stare solo a guardare l’evoluzione internazionale per poi, semmai, decidere sul da farsi, oggi non è più consentito.

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