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L'alleanza dei tre partiti

ABC delle riforme

Alfano, Bersani e Casini stringano un patto di ferro che valga anche per la prossima legislatura

di Davide Giacalone - 19 febbraio 2012

L’ABC delle riforme (Alfano – Bersani – Casini) prevede il seguente programma: si parte con la prima lettura di quelle costituzionali, concentrate sulla diminuzione dei parlamentari, la fine del bicameralismo perfetto (vale a dire due Camere che hanno le medesime funzioni) e l’introduzione della sfiducia costruttiva (l’obbligo di indicare un nuovo governo quando si sfiducia quello in carica); poi si vara la riforma elettorale, in senso proporzionale, ma con sbarramento e premio per i grossi, salvo una riserva per il diritto di tribuna (ovvero posti riservati a chi prende pochi voti); quindi si passa alla seconda lettura costituzionale e si completa l’opera, consegnando una nuova Italia al giudizio degli elettori. Sia lecito nutrire più di un dubbio, sia relativo ai tempi, che alle modalità, che ai contenuti.

Per riuscire ad approvare tutto entro la fine della legislatura occorre che il Parlamento marci come un orologio e senza incidenti. Basta, ad esempio, un solo emendamento sfuggito e la doppia lettura diventa quadrupla. Né è pensabile (non pensateci, sarebbe follia) che si possa modificare la Costituzione strozzando il dibattito parlamentare. Non sarebbe neanche tecnocrazia, ma direttamente dementocrazia. In quanto alla materia elettorale, perché l’ABC abbia un senso occorre che non comporti la penalizzazione di nessuno dei tre, il che significa dare l’addio al maggioritario. Non ne ho mai fatto un dogma, visto che nessuno rimpiangerà il bipolarismo forzoso, capace solo di produrre ingovernabilità. Ma mi preoccupa tutto questo ritrovato amore per il proporzionale, che somiglia molto alla voglia di andare alle urne senza che nessuno vinca. O, meglio, senza che nessuno perda veramente. Sarebbe più disperazione che aspirazione. Ma se questo è lo schema noi dovremmo credere che i tre partiti della non maggioranza siano capaci di cambiare l’Italia restando incapaci anche solo di ammettere l’esistenza di una maggioranza politica, basata sulla sconfitta della politica e la nascita di un governo commissariale. Dovremmo credere che laddove si ha paura di ammettere un accordo politico si riesce a costruirne uno costituzionale. Possibile? Per carità, speriamo solo che alla fine qualcuno baci il principe, giacché al momento è un rospo viscidello.

Infine, la sostanza: visto il contenuto delle riforme annunciate tanto varrà che il trio ABC si presenti con un bel boccale di birra in mano e proclami l’istituzione dell’oktoberfest. Sembra un Carosone invaghitosi della Germania: tu vo’ fa ‘o tedesco. Mi limito ad alcune (fastidiose) osservazioni. 1. La diminuzione dei parlamentari e la differenziazione del ruolo delle due Camere fu già approvata, con riforma costituzionale, salvo il fatto che la si cancellò chiedendo un referendum confermativo, cui la maggioranza degli italiani non si scomodò a partecipare, ora, a parte il disturbo, chi ha cambiato idea conta di dirlo a pensa di passare fischiettando? La questione è rilevante, perché la parte migliore di quella defunta riforma correggeva la parte peggiore delle riforme costituzionali fatte da quelli che dicono “la Costituzione non si tocca”, ovvero il Titolo quinto.

2. Il governo tedesco non è stabile solo perché c’è la sfiducia costruttiva, ma perché ha poteri reali, il cancelliere può mandare via un singolo ministro e il presidente della Repubblica ha un ruolo meramente onorifico (ultimamente disonorifico), attenti a tentare imitazioni parziali, perché vengono fuori gli spaghetti ai crauti, una vera schifezza.

3. La stessa sfiducia costruttiva non serve a un accidente se i governi non cadono per voto parlamentare, ma per crollo strutturale, incapacità politica e attentati giudiziari. Non so se ci avete fatto caso, ma anche l’ultimo, come tanti altri, è caduto con modalità extraparlamentare, sostituito dal Quirinale ancor prima delle dimissioni. La faccenda non mi convince. Come non mi convince l’idea che si possa fare un’alleanza non dichiarata per salvare tre progetti perdenti. Andando per lettera: A. quello nel centro destra dove un aggregato attorno a una persona non riesce a diventare partito anche perché ne mancano le idee; B. quello del centro sinistra dove il grosso partito ha un’identità di cui si vergogna e vincerà le elezioni amministrative solo a patto di perdere le primarie, quindi d’essere cancellato politicamente; C. quello di un centro che per sottrarsi alle ganasce del bipolarismo ne raccoglie i residuati e i rifiuti, fino al punto di tenere assieme quanti si presentarono come alternativi.

Siccome la frittata si fa con le uova che si hanno e non con quelle immaginarie, il trio ABC resta migliore degli antagonismi che crescono per ogni dove, ma deve essere capace di darsi sostanza politica. Primo, entrando a comporre il governo Monti. Secondo, dichiarando che l’accordo vale anche per la prossima legislatura. Non è facile, lo capisco, perché si urtano tanti micro-potentati, ma lo è di più credere che possa altrimenti funzionare.

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