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Dalle mirabolanti idee di riduzione fiscale

A un inedito Bazoli politologo

Ma ai “grandi vecchi” è richiesto ben altro ruolo: la loro saggezza a spese dell’Italia

di Enrico Cisnetto - 28 aprile 2006

Attendiamo di sapere se oggi Giulio Andreotti sbarrerà meritoriamente la strada a Romano Prodi verso palazzo Chigi, o se Franco Marini gli consentirà di coltivare per qualche mese – sprecato per il Paese – l’illusione di aver vinto (politicamente) le elezioni. Le loro candidature alla presidenza del Senato sono dirimenti per il futuro della legislatura appena nata. Perchè nel caso che passi Andreotti, cadrà l’irresponsabile idea che quella uscita dalle urne sia una vera maggioranza, capace di assicurare un governo forte in una fase a dir poco drammatica del Paese (vedi le reiterate sollecitazioni del Fondo Monetario). Consentendo così di aprire una fase politica in cui si possa tentare di dare risposta alla domanda di vera governabilità che gli italiani hanno rivolto alla Politica con il “pareggio” del 9 e 10 aprile. E di cui ieri ha parlato Gianni Vattimo sulla Stampa in modo una volta tanto assai convincente. Viceversa, con la vittoria di Marini – al quale, evidentemente, gli anni passati al vertice della Cisl gli hanno fatto acquisire un senso della responsabilità ben diverso da quello maturato dal buon Savino Pezzotta, che avendo chiuso ieri una straordinaria stagione sindacale merita l’applauso più affettuoso – ci troveremmo nella condizione di dover fronteggiare i problemi lucidamente evidenziati da Franco Reviglio (ieri sul Messaggero) con un governo senza maggioranza nel Parlamento e nel Paese.
Nell’attesa delle notizie da palazzo Madama, vale la pena di “leggere” Prodi attraverso gli occhiali di un suo fedele amico e “suggeritore”, Giovanni Bazoli. Il quale, due giorni fa, partecipando ad un dibattito presso la Laterza sull’ultimo libro di Vanni Sartori, se n’è uscito con due spiegazioni assai poco convincenti circa le motivazioni di voto del Nord, prevalentemente andato al centro-destra. In entrambi i casi si tratterebbe di timori: di un rigurgito di anticlericalismo e di una paura fottuta di un aumento delle tasse. Il primo non merita neppure un commento: così come non ho mai pensato che le (legittime) valutazioni espresse da Camillo Ruini spostassero voti, così non credo che nel secolarizzato Nord (Ovest in particolare) si sia scelto Berluconi (o Casini e Fini) perchè la Rosa nel Pugno stava dall’altra parte. Quanto alle tasse, l’analisi del presidente di Banca Intesa tocca un punto vero, ma sarebbe stata più credibile se Bazoli avesse aggiunto che a quella paura hanno risposte sbagliate entrambi i poli. Perchè, come si è visto negli ultimi dieci anni, di fronte all’azzeramento della crescita del pil e al progressivo peggioramento delle condizioni della finanza pubblica, sono fallite in egual misura tanto la ricetta Visco che quella Tremonti. La prova? Calcola Reviglio che tra il 1997 e il 2005 (cioè nel corso delle legislature in cui i poli si sono alternati al governo) si è speso la fantastica cifra di 168 miliardi (in media un punto e mezzo di pil l’anno, quanto occorre per abbattere il debito al 90% del prodotto lordo) in operazione straordinarie per tentare di ridurre inutilmente disavanzo e debito. Se non è fallimento questo, quale disastro si deve attendere per decretarlo? Ma nonostante questo, Berlusconi e Prodi si sono presentati davanti agli elettori dando vita ad un’asta per acchiappare consenso in cambio di promesse ogni giorno sempre più mirabolanti di riduzione delle tasse, diverse nel merito ma accomunate dall’idea che ce le potessimo consentire. O che la riduzione degli sprechi e dell’evasione fiscale indicate come fonte della loro copertura finanziaria fosse una semplice questione di mezzi e di volontà, e non un ben più complesso problema che ha a che fare proprio con quel consenso che i due hanno maneggiato con gran disinvoltura. Lei, caro professor Bazoli queste cose le sa e le capisce, perchè allora dare copertura morale e intellettuale a Prodi, che ha perso le elezioni non meno di Berlusconi? Conoscendola, mi rifiuto di credere che si tratti solo di business, cioè che con Prodi a palazzo Chigi Lei possa più agevolmente portare a termine la conquista di Capitalia che le sta (legittimamente) molto a cuore. Come pure, Lei sa che non basterà votare no al referendum di giugno sulla devolution – come ha chiesto l’inedito Bazoli politologo, sempre nel dibattito con Sartori – perchè se si vuole sgombrare il campo dalle tossine del federalismo, bisognerà togliere di mezzo anche l’altrettanto sciagurata riforma del titolo V della Costituzione fatta dal centro-sinistra.
Mi viene da pensare: quanto sarebbe utile al nostro futuro se “grandi vecchi” come Bazoli usassero la loro saggezza per dire al Paese “tutta” la verità e poi si spendessero per riscriverne le regole condivise, magari dai più alti scranni di un’Assemblea Costituente.

Pubblicato sul Foglio del 28 aprile 2006

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