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La posizione del Governo su Telecom Italia

A Gentiloni piace il modello inglese

L’ipotesi è quella di una rete neutra aperta a più operatori. Ma serve un’authority forte

di Alessandro D'Amato - 11 aprile 2007

Una legge per separare la rete, sul modello inglese. All’annuncio del ministro per le Telecomunicazioni Paolo Gentiloni al Corriere di ieri corrisponde la linea del governo sul caso Telecom. O per lo meno, la posizione di quegli “interventisti” nell’esecutivo che hanno deciso di garantire la neutralità dell’infrastruttura in caso di passaggio di proprietà. Agli stranieri così come alla eventuale cordata italiana in formazione. Il modello è quello di Openreach, la business unit del gruppo British Telecom nata per inglobare le attività della rete telefonica inglese e consentire parità di accesso ai competitor senza costringere l’ex monopolista inglese a perdere l’asset.

La struttura societaria prevede la separazione fisica delle due realtà societarie – diversi simboli, diversa sede, sistemi informatici autonomi e tutta una serie di divisioni e regole per i due management – e la sua supervisione da parte di un nuovo board (l’Equality of access board) che sorveglia sull’accesso egualitario e la cui governance prevede un presidente e un consigliere a Bt e due indipendenti scelti da Ofcom, l’authority per le tlc britannica. Per rendere possibile tutto ciò, si pensa a un emendamento al ddl Bersani, oppure a una norma all’interno della normativa sulle authority che attribuisca più potere al Garante delle telecomunicazioni. Eppure il paradigma della Net neutrality in Inghilterra ha anche i suoi difetti. Soprattutto se si intende il concetto nell’accezione più ampia del termine, ovvero di una rete che non discrimina i pacchetti di informazione e li gestisce con lo stesso concetto “Fifo” – “First in, first out” – tipico della contabilità, dove non esistono priorità assegnate al trasporto di certe informazioni rispetto ad altre. Bt si è assunta nel tempo ben 250 impegni per l’indipendenza della rete, ma qualche tempo fa alcuni dei concorrenti, come Cable&Wireless e Carphone Warehouse, si sono rivolti per segnalare tutta una serie di patti disattesi da parte dell’ex monopolista delle tlc.

Significativa la polemica sul Local Loop Umbundling, che ha coinvolto il chairman di C&W John Plutero, secondo il quale “Openreach ha fallito sistematicamente l’obiettivo di garantire i livelli minimi di servizio a noi e agli altri player sul mercato”: la stessa polemica di Fastweb ed altri operatori della banda larga con Telecom. Di separazione soltanto fittizia e di chinese walls “bucati” si è parlato anche apertamente nei media britannici, e anche il Report Card diffuso ufficialmente ha riconosciuto che la soluzione attuata in Inghilterra non è l’unica possibile. Ma quali sono stati i punti deboli? Secondo Francesco Sacco dell’Università dell’Insubria, “la separazione funzionale è stata una scelta di compromesso, con un enorme costo di controllo sopportato però la collettività (centinaia a di persone coinvolte, tantissima burocrazia...), e senza risparmi nei prezzi come si sperava.

Con la struttura di controlli e di poteri che in Italia ha Agcom ci vuole più di un aumento dei poteri perché funzioni realisticamente”. E allora quale potrebbe essere la strada giusta per il nostro paese? “Sul tema la mia visione è un po’ radicale: separazione della rete strutturale; non solo l"ultimo miglio, ma tutta la rete e senza obbligo di vendere, ma con il conferimento ad una società distinta di tutti gli asset relativi alla rete. Non a partecipazione pubblica, ma con l’accesso ad altri operatori nel capitale. Così come sembra che abbia in mente di chiedere anche la Reading in Europa”.

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