ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • A chi l’onere della rinascita dell’Ue?

Celebrato il 9 maggio: festa dell’Europa

A chi l’onere della rinascita dell’Ue?

La Francia ha più volte dato prova di scarso europeismo. Classe politica disinteressata

di Antonio Picasso - 12 maggio 2006

Una domanda sospesa e un’Europa che indugia. Chi avrà il coraggio di affrontare la crisi dell’Unione? Per causa di forza maggiore, la festa dell’Europa del 9 maggio in Italia è passata sotto silenzio. Non è stato così negli altri Paesi membri dell’Unione, che hanno commemorato la dichiarazione Schuman del 1950. Prima fra tutti la Francia – terra natale del padre dell’Unione europea – la quale non si è risparmiata manifestazioni e celebrazioni in ogni angolo di Parigi.
Un gesto ipocrita, a onor del vero, quello francese. Primo perché, mentre sotto l’Arco di trionfo scolaresche e veterani di guerra ascoltavano l’Inno alla gioia di Beethoven, musica che l’Ue ha adottato come proprio inno nazionale, il ministro degli Interni francese, Nicolas Sarkozy, durante un comizio per la sua campagna elettorale alle presidenziali del 2007, inneggiava alla “Francia eterna”.
Tuttavia, Parigi, nei confronti di Bruxelles, ha ben altro di che scontare. Soprattutto la responsabilità di aver innescato una crisi continentale con la bocciatura al referendum sulla Carta costituzionale, l’anno scorso. Vero che i malesseri d’Europa covavano sotto la cenere già in precedenza, sta di fatto che il 2005 è stato un disastro per l’Ue. E buona parte delle colpe possono essere attribuite a uomini politici del calibro di Jacques Chirac, il cui europeismo può anche non essere messo in dubbio, ma la sua personale aspirazione a un’Europa effettivamente unita resta in secondo piano, se confrontata con la prosopopea gallica dello stesso.
Il dramma, a questo punto, è che coloro che si fregiano del titolo di successori di Chirac all’Eliseo non promettono molto di più in materia comunitaria. Per alcuni aspetti, non conviene loro nemmeno, visto l’antieuropeismo reso manifesto dalla popolazione francese. L’attuale premier, Dominique De Villepin – con la pessima conduzione del nodo Cpe – si è ormai bruciato la candidatura unitaria per l’Eliseo, da parte della sua destra gollista, quindi non fa testo. Sarkozy, a sua volta, non ha mai dimostrato interesse alla causa europea, per lo meno così come dovrebbe essere affrontata da ogni singola capitale del continente. Vale a dire con un’esplicita ammissione di voler rinunciare, da parte dei governi nazionali, a una consistente fetta di sovranità in favore dell’Unione. Inoltre, le sue recenti esternazioni “neogallicistiche” hanno assestato un colpo ulteriore al tema.
Non resta, allora, che fare affidamento, come forse accadrà in Italia nel corso di questa legislatura che ha appena preso il via, nelle sinistre. Tuttavia, nemmeno il Partito socialista francese – che sia nelle mani di Strauss-Kahn, di Jack Lang o della signora Segolène Royal – si è mai impegnato a promuovere, con sincerità e convinzione, il “verbo comunitario”. E nemmeno a loro converrebbe. A questo punto, con una delle grandi nazioni fondatrice dell’Europa unito oggi disinteressata alle sorti della comunità, la domanda è: a chi spetta raccogliere questo incarico che è doverosamente da portare avanti?

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario