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Addio all'illusione federalista

7 regioni e sanità centralizzata, solo per cominciare

Un piano concreto per riformare lo Stato c'è. A porterebbe a risparmiare fino a 150 miliardi. Un piano coraggioso e difficile da realizzare, ma sono i tempi di emergenza quelli più adatti a fare cose fino a quel momento impensabili. E qui l’emergenza è duplice....

di Enrico Cisnetto - 30 settembre 2012

Meglio tardi che mai. Fa piacere sentire Bersani dirsi pentito della riforma del titolo V della Costituzione che il centro-sinistra approvò a colpi di maggioranza nel 2001 al termine della legislatura iniziata cinque anni prima. E colpisce positivamente leggere Maroni affermare che “il federalismo è responsabilità, non autonomia incontrollata”, segno che il cambiamento nella Lega sta andando in profondità. Così come non si può che essere d’accordo con il ministro Passera quando sostiene che “le amministrazioni non virtuose vanno commissariate, e subito”.

Già, pur col dispiacere di aver dovuto attendere il Laziogate e il preannuncio di nuovi scandali altrove, va colto con favore il fatto che dopo due decenni in cui nel dibattito politico il mantra del federalismo aveva fatto breccia senza che quasi nessuno avesse almeno dubitato (tranne rare eccezioni, tra cui ho l’orgoglio di annoverarmi), ora un po’ tutti, dai politici agli opinionisti (prima silenti), stiano cominciando a “revisionare” il concetto di autonomia locale e gli assetti del decentramento.

Bene. Ma occorre andare fino in fondo, sanità e dipendenti pubblici compresi. Per almeno tre motivi. Primo: è la migliore risposta che si possa dare ai cittadini disgustati dalla mala-politica, ed evitare che si ripetano gli abusi. Secondo: è l’unico modo serio di fare la spending review, che deve intervenire con riforme strutturali sulle grandi voci di spesa del bilancio nazionale e non solo andare a cercare col lanternino i piccoli sprechi. Terzo: è la via per rendere razionale l’architettura istituzionale del Paese ed efficiente la macchina della burocrazia.

Il come l’ho detto (inascoltato) molte volte, ma vale la pena ribadirlo: ridisegnare la geografia interna, definendo sette macro-regioni (c’è un vecchio studio della Fondazione Agnelli che può aiutare); sottrarre alle amministrazioni regionali le competenze sanitarie, che tornano ad essere centralizzate; abolire le regioni autonome e tutte le province; stabilire il limite minimo di 5 mila abitanti per i comuni, costringendoli a raggrupparsi (oggi il 70% degli 8100 comuni sono sotto quella soglia e raggruppano solo il 17% della popolazione); istituire le città metropolitane per i centri sopra i 300 mila abitanti (sono nove); semplificare numero e funzioni dei consigli di quartiere; cancellare tutta una serie di soggetti di secondo e terzo grado, dalle comunità montane agli enti di bacino. Decisione collaterale conseguente: offrire alle pubbliche amministrazioni centrali e periferiche che ne abbiano bisogno (va definito prima chi è deficitario di risorse umane) il personale in esubero, sapendo che per quello che non fosse collocabile, per mancanza di alternative o per il rifiuto dell’interessato, occorre prevedere un “minimo garantito” per dargli il tempo di trovare un altro impiego, pubblico o privato che sia. Stiamo parlando di un risparmio, a regime, tra i 100 e i 150 miliardi (su 800 di spesa pubblica complessiva).

Piano troppo duro? No, coraggioso. Troppo difficile da realizzare? Vero. Ma sono i tempi di emergenza quelli più adatti a fare cose fino a quel momento impensabili. E qui l’emergenza è duplice: quella economico-finanziaria (pensate quanto cose per lo sviluppo si potrebbero fare con quei risparmi…) e quella democratica, minata dal crollo della credibilità della politica

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario