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Senza vincolo di mandato

67, libertà e trasformismo

Il trasformismo è vizio dei singoli che non attecchisce nei partiti. E’ doveroso impegnarsi nella difesa strenua dell’articolo 67, senza difendere una stagione politica che non lo merita.

di Davide Giacalone - 05 marzo 2013

Non esiste Parlamento senza la libertà del singolo parlamentare. L’assenza di vincolo di mandato, scolpita nell’articolo 67 della Costituzione, è architrave della democrazia. La liberà dell’eletto è la libertà dell’elettore. Gli unici sistemi ove questi principi, che risalgono al diciottesimo secolo, vengono messi in dubbio sono le dittature. Solo dove il bene del popolo s’identifica con il partito o con il capo (führer, in tedesco) si stabilisce che l’eletto serve gli interessi generale eseguendo gli ordini. Il Beppe Grillo che dice ai parlamentari eletti nelle sue liste: voi non siete liberi di fare quel che volete, appartiene a quella matrice culturale.

L’assenza di vincolo consente il trasformismo, che è una delle possibili malattie del parlamentarismo. L’Italia liberale la contrasse e lo spettacolo non fu commendevole. Il rimedio, però, trasformò l’“Aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli”. Fu un fenomeno che affascinò il mondo. Vennero a studiarci. Era moderno, giovanile, rivoluzionario e ribaltava un mondo politico corrotto ed esaurito. Ce ne pentimmo a lungo e la pagammo come di più non si poteva. Anche l’Italia delle ultime legislature era malata di trasformismo, con una significativa particolarità: i voltagabbana venivano sovente dalle liste dei moralizzatori. Giacché nulla è più immorale del moralismo senza etica. Lo spettacolo, comunque, disgustoso.

Diciamo che il trasformismo è un po’ come i batteri che abbiamo nel corpo: in una certa quantità sono vitali, sopra possono essere mortali. Negli Stati Uniti hanno approvato il bilancio federale grazie al fatto che un gruppo di parlamentari repubblicani hanno votato in maniera difforme dalle indicazioni del loro partito. E’ un fatto riprovevole? Non direi proprio. L’equilibrio risiede nel sistema istituzionale ed elettorale: come fa l’elettore che li votò a punirli, o a premiarli? Negli Usa è facile: in quattro anni scade il mandato e quei signori devono tornare, con la loro faccia, a chiedere il voto, o dopo avere vinto le primarie di partito, o come indipendenti. In tutti i casi il sovrano è l’elettore. L’assurdo di casa nostra non è nell’assenza delle preferenze (ci arrivo subito), ma nel premio di maggioranza: se, giustamente, non esiste il vincolo di mandato, come è possibile che ci siano dei parlamentari eletti in quota premio per chi ha vinto? Se cambiano idea non tradiscono il modo stesso in cui sono giunti in Parlamento?

Il vincolo non esiste in nessuna democrazia di questo pianeta. Le preferenze sono usate solo nei sistemi proporzionali, che sono anche i più esposti al trasformismo. Segno che non ne sono antidoto. In Francia conta molto il posto dove si viene candidati, e a scegliere è il partito. Poi il doppio turno aiuta a cancellare le estreme, a meno che non siano molto forti. Un comico annunciò di volersi candidare all’Eliseo, si era nel 1980 e il suo nome era Coluche. I sondaggi erano favorevoli, ma il resto del sistema politico lo isolò. Valéry Giscard d’Estain prese solo il 28,3% dei voti (meno di Bersani, meno di Berlusconi), ma il secondo turno ne fece un solido presidente. In Inghilterra non solo non ci sono le preferenze, ma è il partito ad assegnare le candidature, talché prende il parlamentare indisciplinato e o non lo ricandida o lo mette in un collegio di sicura sconfitta. C’è offesa alla democrazia? Assolutamente no. Il fatto è che le democrazie funzionano con i partiti e noi, in Italia, abbiamo distrutto i partiti.

Il trasformismo è vizio dei singoli, aggregandoli in gruppi transumanti, non attecchisce nei partiti, che sono corpi collettivi. E’ doveroso impegnarsi nella difesa strenua dell’articolo 67, ma non per questo difendendo una stagione politica che non lo merita. Che è finita. Dobbiamo rimettere ordine nel nostro sistema istituzionale e riscrivere da zero la legge elettorale, ma dobbiamo farlo per aumentare, non per cancellare la libertà. Anche quella del parlamentare. Le retoriche giovanilistiche e rivoluzionarie le lasciamo a chi è ignorante. O in pericolosa malafede.

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