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È ora di dare il via alle riforme strutturali

1X2: La formula vincente

Il tempo non lavora a favore. Ci si deve muovere, prima che tutto s’impantani

di Davide Giacalone - 08 aprile 2010

Dividendo le riforme strutturali in tre aree, diciamo tre campi da gioco, la formula vincente potrebbe essere quella della vecchia schedina Totocalcio: 1, 2, X. Non tutto, difatti, può essere affrontato allo stesso modo, non c’è un metodo buono per ogni cosa. Se si segue la ricetta delle riforme “condivise”, come piace al Quirinale, ci si condanna a non fare nulla, perché le divisioni interne all’opposizione si sommerebbero a quelle della maggioranza, senza alcuna interazione positiva.

Se, all’opposto, si segue la via del chiudersi all’interno della maggioranza ci si condanna ad una guerra senza quartiere, non temibile (s’è visto) sul piano elettorale, ma certo dolorosa su quello istituzionale. Si deve procedere a geometria variabile. Il primo campo è quello della giustizia. Inutile girarci attorno e far finta di non capire: una grande riforma deve anche essere l’occasione per sanare le piaghe aperte. Perché le seconde non prevalgano sulla prima, però, è necessario non limitarsi ai pannicelli caldi ed alle riformicchie, come fin qui s’è fatto. Separazione delle carriere, abrogazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, tempi certi, depenalizzazione, sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, sono le idee motrici. In questa direzione la sinistra non è in grado né di seguire né di essere utile, non perché non si renda conto (almeno alcuni) della reale situazione, ma perché prigioniera dei condizionamenti fra alleati e dei veri e propri ricatti che azzoppano alcuni esponenti di peso.

La maggioranza deve procedere da sola, sulla schedina, quindi, si metta: 1. L’esperienza insegna, però, che il tema giustizia sollecita reazioni nell’area ex An, e già Giulia Bongiorno si rese interprete di non marginali dissensi. Tocca a Gianfranco Fini, allora, chiarire il quadro politico, nel quale tutto si tiene: chi si mette di traverso su questo tema intralcia anche il resto. Il che è legittimo, ma va detto senza ipocrisie. Nel secondo campo si devono ridisegnare gli equilibri costituzionali.

Quelli attuali hanno dato molto di buono, accompagnando la crescita dell’Italia e facendo da collante nei lunghi anni della guerra civile strisciante, ma sono crollati nel biennio 1992-1994. Negarlo non serve a farli funzionare. Le ricette concrete possono essere diverse, ma gli obiettivi da centrare sono chiari: rafforzare il governo e sopprimere il bicameralismo perfetto, coniugare l’interesse nazionale con il decentramento amministrativo e fiscale. Roberto Maroni ha citato il sistema francese, un tempo amato da Massimo D’Alema. E’ un’opportunità, perché in quel sistema perdono peso gli estremismi interni agli schieramenti maggioritari, che, oggi, sono il cancro che divora la sinistra. Qui ed oggi quel genere di sistema risolve più i problemi della sinistra che quelli della destra, tocca all’opposizione, dunque, segnalare tempestivamente la disponibilità a parlarne, senza subordinare le riforme ad altre condizioni, in altre parole accettando che la maggioranza provveda per suo conto, in tema di giustizia.

Solo così, sulla schedina, potrà segnarsi un: 2. Anche qui, però, è necessario un chiarimento politico: Pier Luigi Bersani si dice pronto a prendere in esame il Senato federale, ma se ha in mente un approdo di tipo tedesco vuol dire che non intende rompere le alleanze che asfissiano il Pd. Credo che ai cittadini interessi poco il regolamento dei conti interno a quel partito, o a quell’area, ma i protagonisti devono decidersi, perché a volere giocare partidiverse in commedia si finisce con l’uscire dal copione. Il terzo campo è quello che più preme agli italiani, i quali, però, s’illudono se sperano che quella partita possa essere giocata senza avviare, se non chiudere, le altre due: il fisco.

Non si tratta solo di tasse, ma del complessivo atteggiarsi dello Stato rispetto al mercato, perché noi abbiamo bisogno sia di alleggerimenti fiscali sia di spesa pubblica produttiva, altrimenti ci condanniamo al rallentamento della crescita (segnalato, nel giro di poche ore, sia dal Fmi che dall’Ocse), dilaniando il tessuto sociale. Sottovalutare questo pericolo sarebbe un errore gravissimo, proprio perché dovrà essere gestito da una politica ancora debole. Qui sarà saggio giocare la X, nel senso che sia la modifica degli equilibri fiscali, fra diverse fasce di reddito e diverse origini dello stesso, sia il cambio di baricentro, dai redditi verso i consumi, devono accompagnarsi ad una convincente narrazione dell’Italia reale, cui possono, e dovrebbero, concorrere tutte le persone dotate d’intelligenza, e cui è particolare interesse concorrere da parte della sinistra. Le dolorose sconfitte dovrebbero essere sufficienti a dimostrare che la realtà non corrisponde più al pregiudizio (ove mai abbia corrisposto).

A scanso d’equivoci: questo non è un sentiero percorribile con il volemose bene, in un clima di giuliva concordia nazionale. Ha nemici, anche forti, costituiti da tutte le rendite di posizione, sia sociali, che economiche, che politiche. Nemici ben rappresentati in entrambe gli schieramenti. Ci sono le condizioni per andare avanti, ma occorre che ciascuno faccia la propria parte, senza eccessi di stupido egoismo, senza scivoloni nella vigliaccheria. In questo processo, inoltre, potrebbe formarsi una nuova classe dirigente, che emargini quanti, sulle pagine e nelle aule, sanno solo parlare di quel che furono e di quel che non sapranno mai essere. Il tempo, però, non lavora a favore. Ci si deve muovere, prima che tutto s’impantani e molti si convincano che si possa tirare a campare, il che, oggi, equivale a prepararsi una fine brutale.

Pubblicato da Libero

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