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Le "questioni" italiane non risolte

150 non bastano

Davvero crediamo che le cose non possano mai cambiare?

di Davide Giacalone - 18 marzo 2011

Nel corso dei 150 anni di vita unitaria la crescita economica dell’Italia è stata imponente. Sia in termini di ricchezza e benessere interni, sia nel rapporto con gli altri Paesi sviluppati. 150 anni fa, giunti tardi all’unitarietà statuale, nessuno ci avrebbe inserito fra le nazioni più ricche e potenti economicamente. La crescita, però, non è stata costante, non abbiamo cominciato a scalare le graduatorie unificandoci e, cosa ancora più importante, non siamo ancora riusciti a sanare il dualismo territoriale. Insieme all’Unità nacque anche la “questione meridionale”. Che è ancora lì, aperta come una ferita.

All’appuntamento del 1861 giunse un’Italia largamente agro-pastorale, con pochi e miniaturizzati fenomeni d’accumulazione capitalistica. Il “ricco” era ancora un proprietario terriero. E se pure non mancavano esperienze d’agricoltura tecnologicamente avanzata (si pensi allo stesso Camillo Benso Cavour, amministratore attento delle proprie tenute, non refrattario al favorirle), la gran parte della terra era coltivata in modo estensivo, mentre la condizione dei contadini era miserabile. Al nord come al sud, fra le mondine come fra le spigolatrici.

I governanti (la destra storica) si resero conto che il rilancio economico e le grandi opere infrastrutturali, di cui l’Italia aveva bisogno, si sarebbero potuti fare solo con soldi pubblici, mancando quelli capitalistici (mi si perdoni la semplificazione, ma non basta essere ricchi per essere capitalisti). Per alimentare le casse pubbliche si aumentarono le tasse, adottando il modello fiscale del Regno di Sardegna, decisamente il più esoso.

Ciò penalizzò il sud, dove il prelievo era, prima, più leggero. Tali misure furono accompagnate dal protezionismo, e gli effetti furono imprevisti: la scarsa capacità di spesa del mercato interno, l’impoverimento fiscale della popolazione e il protezionismo che isolava il nostro mercato, trasferirono ricchezza finanziaria verso lo Stato e favorirono l’agricoltura latifondista meridionale, destinata ai consumi nazionali. Al nord si presentò la necessità di cambiar mestiere, offrendosi le collaborazioni con svizzeri e tedeschi nei cotonifici e gli scambi con il centro Europa nel campo metallurgico. Presero corpo le industrie.

Il fascismo aveva origini rurali e calzava gli interessi di quell’Italia. Cercò di portare i proletari ad essere popolo (si ricordino le colonie) e varò opere di bonifica. Ma seppe comprendere il valore dell’industria, favorendo quella in grado di accedere all’Europa, in particolare a quella alleata. Favorì il nord, che si trovava a confinare con i nuovi mercati, mentre il sud ne restava logisticamente lontano.

Il grande balzo (a parte quelli di questo che è un articolo, non un trattato di storia economica) lo abbiamo fatto nel secondo dopoguerra, grazie alla voglia di riprenderci, all’inventiva di centinaia d’imprese, all’impegno e alla bravura della manodopera, al Piano Marshall e alla fortuna d’esserci ritrovati dalla parte libera della cortina di ferro. Cominciammo a correre verso i vertici delle potenze industriali, e il nostro nord rimane una delle aree più ricche del mondo. Anche il sud crebbe.

Negli anni cinquanta, scrisse Giorgio Amendola, comunista di formazione crociana, il meridione s’è sviluppato assai più che nei secoli precedenti. Fu un merito dei governi centristi. Ma contrasse anche una malattia: l’economia assistita. Fu un demerito del centro sinistra, dell’utopia pianificatoria e del modo in cui si prese a mercanteggiare il consenso.

Ci sono tanti sud, e ce ne sono di virtuosi. Ma c’è il grande buco d’imprese che si fecero crescere senza rispetto per il mercato e di lavoratori cui si pagarono stipendi, spesso pubblici, senza rispetto per la produttività. Furono errori politici, ma sbaglierei, io che sono meridionale, se non avvertissi che quegli errori s’affermarono fra il plauso delle genti. Nacque il meridionalismo querulo e piagnone, di cui ancora paghiamo le conseguenze. Anche al nord si praticò l’assistenzialismo, ma piovve su un terreno fertile di piccola impresa, con un tessuto civile e relazionale che sognò di espandersi nel mondo, non di farsi pagare per essersi trovato in svantaggio.

I soldi pubblici diretti alle grandi imprese del nord resero assai ricchi alcuni e più ricco il territorio circostante. Quelli diretti al sud furono in buona parte dilapidati, complici anche le imprese del nord, che accorrevano ad accaparrarseli.

Convivere con il dualismo, 150 dopo, è un’offesa e un fallimento. Un costo e un’umiliazione. Non si tratta (solo) d’indagare le colpe, lavoro che va lasciato agli storici, ma d’imboccare la via d’uscita. Fatta di mercato, merito, regole e repressione della malavita. Senza riguardi. Ci sono italiani, e meridionali, che eccellono nel mondo. Gli stessi farebbero fatica, a casa propria.

La colpa dei siciliani, sosteneva Leonardo Sciascia, è di non credere che le cose possano mai cambiare. E aggiungeva: questo scetticismo s’allarga, sicché la Sicilia è divenuta metafora del resto. Si festeggino i 150, ma si cerchi anche di dar torto al maestro di Racalmuto.

Pubblicato da Il Tempo

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