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Le province? Restano tutte, senza cambiare un bel niente

È vero tempo di tagli?

L'emendamento alla Carta delle Autonomie non semplifica i livelli territoriali

di Davide Giacalone - 09 giugno 2010

Pur di far vedere che un qualche taglio alle province si fa veramente la maggioranza di governo ha presentato, in commissione affari costituzionali, alla Camera dei Deputati, un emendamento alla Carta delle Autonomie che, invece, porta al risultato esattamente opposto: restano tutte, senza cambiare un bel niente. La trovata consiste nel fissare a 200 mila abitanti il limite minimo per la sopravvivenza di una provincia, sempre che non sia confinante con l’estero, che non si trovi in una regione a statuto speciale e che, novità, non abbia il 50% del territorio con caratteristiche montane (nel qual caso gli abitanti possono essere 150 mila). Il che, dunque, non ha alcun valore di riforma delle autonomie, non semplifica i livelli territoriali, non sfoltisce le rappresentanze elettive e le burocrazie, né porta risparmi.

Nell’originario testo del decreto governativo, contenente le misure anti crisi, le province a rischio erano nove. Nulla. Ora sono divenute quattro. L’unico effetto visibile sarà indispettire i cittadini che vi risiedono. Mentre un taglio profondo, che partisse dai posti dei politici, avrebbe un consenso di massa, i piccoli sfregi superficiali servono solo ad alimentare il malumore. Trovo incredibile che non se ne rendano conto.

Continuare a commettere di questi errori è altamente nocivo e produce effetti che crescono nel tempo. I magistrati, ad esempio, sono sul piede di guerra e proclamano scioperi. Cosa che giudico assai negativamente, ma la protesta parte da tagli reali alle loro retribuzioni (a proposito, ho visto le motivazioni che adducono, relative alle iniquità che ne derivano, per i diversi magistrati, e, pertanto, penso sarebbe ragionevoli prenderli sul serio e dire loro: il risultato economico che s’intende ottenere operando sulle vostre retribuzioni è fissato in questo totale, fermo restando ciò, fateci delle proposte che, intervenendo su quel medesimo capitolo di spesa, ottengano risultati equipollenti).

A fronte di questa realtà, che si riproduce, in misura più o meno maggiore, per l’intero settore dell’impiego pubblico, vorremmo assistere, subito, prima di ieri, ad un più significativo e reale taglio degli emolumenti parlamentari. Non è demagogia, non liquidino come qualunquismo quest’esigenza, perché è, al contrario, il minimo che ci si attende da chi abbia senso di responsabilità.

Invece di avventurarsi in immaginifici tagli dei guadagni di chi sta sul mercato, come i calciatori, comincino da se stessi, mostrando di comprendere che i lavoratori che guadagnano molto sono già pesantemente taglieggiati dal fisco, ben oltre il limite accettabile. E se la diminuzione della pressione fiscale è (colpevolmente) sparita dall’orizzonte politico, si ricordino che i soldi da loro presi, parlo degli eletti al Parlamento nazionale, a quello europeo e nei consigli regionali, già godono di un trattamento fiscale assai favorevole, come anche le loro pensioni, in un contesto del tutto sconosciuto a quanti, per guadagnare, lavorano.

Guardate quel che dicono e fanno i governati di Paesi come la Germania e l’Inghilterra. Guardate alla Spagna, che ha dovuto tagliare, non bloccare, gli stipendi degli statali. Tutto induce a pensare che non è finita qui, che altre misure potranno rendersi necessarie. E chi le prende, chi le racconta, chi le giustifica? Chi non riesce a tagliare le province perché non resiste alle pressioni interne dei propri assessori, o chi non riesce a incidere, profondamente e velocemente, nelle grasso di cui si circonda, o chi discetta di auto blu, facendo finta di non capire che il vero problema sono quelle da cui è attorniato e vengono utilizzate dai propri collaboratori, che le considerano attributi alla loro personalità?

C’è una differenza, non da poco, fra quelli che sono eletti, legiferano e governano, e una vera classe dirigente. Nei periodi sani e forti coincidono, in quelli bislacchi e decadenti si separano.

Pubblicato da Libero

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