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Public Policy

Verso il G20 e la nuova Bretton Woods

È tempo di svolte globali

Servono scelte incisive per poter pensare a una governance finanziaria mondiale

di Angelo De Mattia - 12 novembre 2008

Al G20 del 15 novembre, a Washington, è stato invitato anche il neoeletto presidente degli USA. E’ un’occasione importante che Obama coglierà per cominciare a toccare il terreno sul quale dovrà muoversi e per imprimere sin d’ora – per quanto sarà possibile, considerato il ruolo di invitato – uno sforzo di concretezza, in linea con il suo noto pragmatismo, ai lavori di un organismo che, come tutti gli incontri G., è abituato a registrare conclusioni dei lavori generalgeneriche, prive di effettiva incisione sui fenomeni esaminati. Il risultato delle presidenziali USA è storico; monumentale, così è stato definito. La formula adottata da Obama, secondo la quale gli Stati Uniti saranno sempre gli Stati Uniti e altri concetti espressi nel discorso di ringraziamento non vanno intesi come il ritorno a tentazioni isolazioniste, una sorta di “amarcord” dell’abbondantemente superata dottrina Monroe.

Non bisogna confondere il forte desiderio di svolta politica - da attuare con un impegno di coesione e di solidarietà – con un sentimento di sia pur parziale autosufficienza. Così come alcuni spunti, registrati nella campagna elettorale, dal sapore protezionistico molto probabilmente si stempereranno non appena il nuovo Presidente assumerà la guida del Paese e verificherà come il “change”, a partire dal superamento della crisi, è di necessità legato al coordinamento delle politiche e delle economie degli altri Paesi avanzati. E gli scopi, innanzitutto di carattere redistributivo, che con qualche approccio protezionistico si volevano conseguire saranno raggiunti con altre misure di politica economica. Obama sarà il leader dell’era globale, come ha detto Madeleine Albright.

E sarà all’altezza di questa responsabilità che la storia gli assegna, soprattutto se il far leva sulla sua scelta del soft power gli renderà di fatto impraticabile di dare seguito all’opzione della strategia dell’unilateralismo non estranea all’Amministrazione Bush. New Deal, con ciò che esso significa, ed evoluzione delle relazioni interatlantiche secondo la linea roosveltiana-wilsoniana sono, dunque, le aspettative che molti vorrebbero vedere realizzate dall’azione dell’Amministrazione Obama non appena si sarà insediata. A questi temi potrà essere dato un apporto già nel periodo della transizione verso il nuovo governo. Ma i nuovi indirizzi di politica economica interna e di politica estera presuppongono e, a loro volta, possono supportare una nuova architettura finanziaria internazionale, una rete di rinnovate istituzioni globali. Si è giunti al punto che le misure interne anticrisi, che il nuovo Presidente adotterà, reggeranno e saranno efficaci se raccordate con quelle da assumere dagli altri Paesi, in uno stretto coordinamento.

Incombe, infatti, il rischio di una recessione globale, mentre in alcune aree si profila il fenomeno della deflazione. Nella crisi e per effetto degli insegnamenti che essa ci impartisce, un nuovo impianto di politica economica internazionale e di politica estera tout court esigerà, come intervento preliminare date le presenti condizioni, che il “campo di gioco” globale della moneta, dell’economia e della finanza sia razionalizzato, riregolato anche se non dirigisticamente, sottoposto al controllo di Autorità rinnovate: insomma, mentre si combatte la crisi, è necessario che siano poste le condizioni perchè siano sanate e non si abbiano a ripetere le profonde distorsioni che la hanno determinata, perchè si possa avviare una governance finanziaria mondiale. E’ ciò che, nelle condizioni dell’oggi, significa la formula, un po’ abusata, di una nuova Bretton Woods. Questa fu possibile perchè sopravvenne all’indomani della seconda guerra mondiale, con gli USA veri vincitori (insieme, innanzitutto, con Unione Sovietica e Gran Bretagna) e, quindi, in grado di promuovere le scelte principali; perchè era sostenuta da profonde elaborazioni analitiche riconducibili alla figura di J.M. Keynes; perchè il sistema monetario e internazionale doveva poggiare su di un’àncora – come ricorda Antonio Fazio - che, tuttavia, dopo la sospensione della convertibilità del dollaro nel 1971, è venuta meno. Tale mancanza rappresenta un fattore cruciale delle crisi che si sono verificate negli oltre trenta anni successivi.

Alla fine di quella guerra, alla voglia di investire nel futuro con la ricostruzione oggi fa riscontro la tutt’altro che cessata crisi finanziaria. Ai rapporti interatlantici del periodo post bellico, fondati sulla solidarietà con i principali paesi che avevano sconfitto il nazifascismo, sono però subentrati oggi rapporti spesso di incomprensione tra USA ed Europa. Inoltre, la fase attraversata non si segnala per straordinari avanzamenti teorici della cosiddetta scienza economica. E’ tuttavia molto diffusa la consapevolezza dei vantaggi e dei rischi della globalizzazione. L’Europa, pur avendo segnato dei progressi nel processo di unificazione, non è riuscita ancora a recitare un ruolo politico unitario nello scenario globale; anzi, non è stata fin qui neppure capace di risolvere adeguatamente, nell’Eurosistema, il problema del rapporto tra politica monetaria unica e politiche economiche diverse a seconda dei Paesi-membri, ed è indecisa financo nella progettazione di nuovi meccanismi istituzionali di regolazione e di controllo nel campo bancario, finanziario, assicurativo. Ma il contesto è in movimento. I due potenziali rilevanti fattori di cambiamento, come accennato, sono, per motivi diversissimi tra di loro, gli insegnamenti della crisi e i prevedibili mutamenti di indirizzo dell’Amministrazione USA, che si riverbereranno nelle principali aree del mondo. Sono fattori sufficienti perchè il tema dell’economia e della finanza internazionali diventi prioritario terreno di impegno degli USA e dei principali Paesi industriali.

Non sembrano, però, esservi le condizioni perchè una sorta di nuova Bretton Woods disciplini – come pure sarebbe auspicabile – i rapporti tra le monete o, almeno, tra le principali aree monetarie. L’àncora, come si è detto, non c’è più. Oggi una regolamentazione dei cambi può essere sostituita con la costituzione di sedi istituzionali per i rapporti e il confronto tra i governi, con l’obiettivo di ricercare, di volta in volta, le più adeguate forme di coordinamento, da perseguire con il contributo delle autorità monetarie. Ma l’aspetto su cui, invece, si potrà efficacemente incidere è quello della vigilanza internazionale su credito e finanza. E’ in questo campo che bisognerà introdurre regole adeguate, ma non intrusive o dirigistiche, nonchè organi globali con meccanismi istituzionali che prevedano il puntuale recepimento dell’attività normativa e di controllo nei singoli Stati. E’ un’opera necessaria, considerate le gravissime carenze in questo campo evidenziate dalla crisi.

E’ vero che occorrerà fare i conti con le sovranità nazionali e con le politiche dei diversi Paesi. Ma il passaggio d’epoca che stiamo vivendo – con i gravi rischi e le molte potenzialità – chiama tutti a uno sforzo per superare pretesi esclusivismi, in funzione del bene proprio e degli altri Paesi. Quanto, appunto, agli organi e alle istituzioni, il primo tema all’ordine del giorno dovrà essere la riforma del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale, dell’Organizzazione mondiale del commercio, attraverso l’arricchimento, la specializzazione e l’irrobustimento delle funzioni. Il Fondo, in particolare, deve diventare un organismo di sorveglianza finanziaria internazionale, con il compito della prevenzione delle crisi. Deve essere, come sostiene Sarkozy, il garante della stabilità finanziaria globale; deve porsi in grado di segnalare tempestivamente il profilarsi di gravi rischi finanziari.

E’ sull’architettura di questi organismi – in discussione da almeno sei anni – che ci si dovrà cimentare per giungere a rapide conclusioni. Una chiusura dei lavori del G20 con un documento da Sibilla cumana va decisamente impedita. Non sarà ininfluente il ruolo che l’Europa vorrà e sarà capace di svolgere, mentre vi sono ora le premesse del miglioramento del confronto euro-americano. Nonostante essa, nel suo più ristretto ambito, non sia riuscita finora – pur varando i singoli Paesi spesso misure raccordate – ad assicurare un coordinamento stabile dell’azione di contrasto della crisi; e non abbia concluso alcunché sul tema, pure da lungo tempo in discussione, dell’istituzione di un auspicabile organismo europeo di vigilanza. Ieri, nel vertice straordinario dei 27 Capi di Stato e di Governo europei, a Bruxelles, è stato sottolineato che il G20 non dovrà limitarsi a un’analisi della situazione finanziaria, ma dovrà assumere decisioni forti, operative. E occorrerà fissare una verifica dell’attuazione degli impegni deliberati, dopo cento giorni.

E’ da augurarsi che questa determinazione verrà riconfermata da coloro che “rappresenteranno” l’Europa e che a essa corrisponda una convergenza sui contenuti, una single voice. La svolta Obama dovrebbe fare da catalizzatore di scelte incisive. L’Italia, impegnata nella interminabile definizione degli interventi di sostegno delle banche in difficoltà - con i quali singolarmente si vengono a mescolare proposte sulla sistemazione del capitale della Banca d’Italia - avrà una particolare responsabilità nella definizione degli indirizzi internazionali, in quanto prossimamente assumerà la presidenza del G8. Si spera che sia in grado di corrispondervi appieno.

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