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Ragioniamoci. Ci vuole un'Assemblea costituente

È ora di aprire una nuova fase

Urge un patto sociale per avviare un grande progetto di rilancio del sistema-paese

di Enrico Cisnetto - 26 aprile 2011

La strampalata proposta di legge di modifica dell’articolo uno della Costituzione presentata dal deputato Pdl Ceroni, e le indiscrezioni circa l’intenzione del centro-destra di modificare la legge elettorale al Senato nel maldestro tentativo di attribuire anche a Palazzo Madama il premio di maggioranza su base nazionale, sono solo gli ultimi di tanti segnali che la “maionese impazzita” della politica italiana possa generare pericolosi cambiamenti delle “regole del gioco”.

Mostruosità giuridiche e forzature politiche che vanno evitate non in nome, come certa sinistra ha fin qui fatto, dell’antiberlusconismo e della semplice conservazione della Carta costituzionale, che ha invece più di un motivo per essere cambiata e aggiornata, bensì per salvaguardare il principio che le “regole comuni” devono essere riviste a larga maggioranza e che la loro riscrittura va tenuta protetta dalla lotta politica quotidiana (a maggior ragione se quest’ultima è del livello infimo che abbiamo sotto gli occhi).

Ma perché tutto questo non rimanga un auspicio – di cui i nuovi barbari e i vecchi conservatori della politica, non casualmente convergenti, si farebbero un baffo – occorre che chi vuole “cambiare senza forzare” scenda in campo con una proposta forte. Anche perché si tratta delle stesse forze che dovrebbero voler chiudere la fallimentare esperienza della Seconda Repubblica per aprire, su nuovi basi, la Terza, e questo obiettivo non si può ottenere – o almeno, non in modo virtuoso – senza una concorde revisione delle regole del gioco, costituzionali e non. E per fare tutto questo, c’è un solo modo, visti i pluridecennali fallimenti delle varie Commissioni bicamerali ad hoc – dalla Bozzi alla D’Alema – e scartata l’ipotesi di utilizzare le procedure previste dall’articolo 138, che fin qui sono state usate in modo improprio: promuovere la convocazione di un’Assemblea Costituente.

Sì, lo sappiamo: è cosa complicata. Ma questo non ne rende meno attuale l’esigenza. Il Paese si è spinto troppo in là lungo la deriva di un drammatico declino strutturale – e in tutti i campi, non solo in quello politico-istituzionale – per non aver bisogno di un passaggio così fortemente evocativo, anche sul piano simbolico, come di eleggere un luogo dove ridefinirsi, capace di ridare ai cittadini la perduta fiducia verso le Istituzioni, alle quali oggi non vengono riconosciute né l’autorevolezza né le capacita nella risoluzione dei problemi.

La stessa ricerca di un nuovo patto sociale per avviare un grande progetto di rilancio del sistema-paese, non più rinviabile se vogliamo tornare a crescere e restare nell’euro, non può prescindere dalla modernizzazione delle Istituzioni e dall’adeguamento alle nuove realtà delle regole comuni. Per questo, un processo (ri)fondativo di così ampia portata deve necessariamente essere sottratto alle contingenze della politica quotidiana e affidato ad una Assemblea che tragga la sua legittimità dal mandato popolare.

Certo, è il percorso più complesso e impegnativo fra tutti gli strumenti utilizzabili per procedere alle modifiche costituzionali, ma d’altra parte se l’uscita dalla Seconda repubblica non può che coincidere con un momento di “larghe intese”, cosa c’è di meglio che mettersi d’accordo sulla promozione di un’Assemblea Costituente? Lo spirito deve essere quello di intervenire sulle varie parti della Costituzione senza tabù e pregiudizi – perché non possiamo disconoscere come siano cambiati gli scenari sia interni che internazionali negli oltre 60 anni trascorsi dalla sua entrata in vigore e di come essa appaia inadeguata a regolare realtà economiche e sociali allora assolutamente imprevedibili – ma nello stesso tempo senza disconoscere i principi fondanti della Carta del 1948. Quanto invece allo strumento, l’idea è quella di un’Assemblea Costituente formata da 250 componenti, eletti con metodo proporzionale, con l’espressione del voto di preferenza nell’ambito di liste concorrenti presentate in un’unica circoscrizione nazionale e con un’adeguata rappresentanza di esperti.

Si può sperare che il Nuovo Polo assuma questo obiettivo come fondante e caratterizzi la sua politica intorno a questa strategia? Può darsi che la complessità dei passaggi parlamentari che una proposta del genere richiede la renda irrealizzabile, ma sarebbe ugualmente una straordinaria bandiera intorno a cui radunare quella parte del Paese, sempre più vasta, che è stanca e desidera il cambiamento. Ragioniamoci.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario