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Il rischio è quello di essere cacciati dall’Eurolandia

È l’ora delle scelte coraggiose

Dpef e super-euro mandaranno l’Italia in quarantena. E Stavolta Bruxelles non transige

di Enrico Cisnetto - 11 luglio 2007

Non è stata una giornata fortunata, quella di ieri, per Tommaso Padoa-Schioppa. Proprio mentre il ministro trattava con i suoi colleghi europei il dosaggio meno negativo possibile tra la “comprensione” – immaginiamo per la presenza nel governo di una sinistra che impone scelte massimaliste – e la “preoccupazione” – appunto, per lo stop al risanamento dei conti pubblici e la controriforma delle pensioni che bolle in pentola – espresse da Bruxelles nei confronti del Dpef e più in generale della politica economica italiana, due notizie ferali arrivavano da Roma e dai mercati.

La prima veniva dall’Istat: la produzione industriale, principale indicatore che anticipa l’andamento del pil, è sostanzialmente ferma. A maggio, così come nei primi cinque mesi dell’anno, è cresciuta solo dell0,9%, e le previsioni sono che scenda a giugno per risalire appena appena a luglio e agosto. A conferma che la ripresina del 2006 è già finita. La seconda notizia era il record storico dell’euro sul dollaro a 1,3740 – ma la valuta Usa, compressa da nuovi timori per il mercato dei mutui immobiliari, è anche scivolata al minimo (2,0274) sulla sterlina – segno che le nostre esportazioni nei paesi che pagano con la moneta americana avranno ulteriori freni. E siccome finora l’uscita dalla lunga fase di crescita zero degli anni scorsi ce l’ha assicurata solo l’export – visto che i consumi interni continuano ad essere piatti – ecco che per le nostre imprese, e dunque per l’intera economia nazionale, il super-euro è una iattura. Certo, si potrà osservare che anche nel 2006 la valuta europea era forte, che il nostro export è stato trainato principalmente dalla ripresa tedesca (il cambio non incide) e che la selezione imposta al manifatturiero nostrano da una situazione esattamente capovolta rispetto ai tempi delle accomodanti “svalutazioni competitive” della lira non può che favorire l’indispensabile processo di trasformazione del capitalismo made in Italy. Ma francamente che l’euro si sia rivalutato del 17,7% rispetto all’esordio di otto anni fa e ben del 67% rispetto al record storico minimo (0,823 il 26 ottobre 2000) non trova giustificazione nell’andamento delle economie reali e comunque non rappresenta una buona cosa per un paese esportatore come l’Italia.

Dunque, Almunia e soci avranno avuto buon gioco nel dire a Padoa-Schioppa che il cosiddetto “tesoretto” – ammesso, e non concesso, che rimanga tale dopo l’aumento del costo del debito pubblico a seguito del rialzo dei tassi deciso dalla Bce – va usato per sistemare la finanza pubblica, e che se proprio lo si vuole spendere, almeno vada agli investimenti necessari per sostenere e rilanciare la crescita economica, non buttato in una demagogica operazione di equità sociale. E che se proprio si vuole controriformare la Maroni, la trasformazione dello scalone in scalini o, peggio, la sua totale abolizione va realizzata a costo zero per il bilancio dello Stato. Tutte cose che, immaginiamo, abbiano trovato Tps preparato e (almeno intimamente) consenziente. Ma che non possono essere sottovalutate – sacrificandole sull’altare dell’ennesima mediazione da trovare per tenere in piedi il governo Prodi – se non ci si vuole assumere la responsabilità di scherzare con il fuoco.

Le dure parole spese nei giorni scorsi dal trio Juncher-Almunia-Trichet – “siete fuori dal Patto” – sono ben più gravi delle reprimende con minaccia di multa che l’Italia si è beccata quando sforava il tetto del 3% del deficit-pil. Oggi la minaccia è di cacciarci dall’euro, sulla base del principio che in una fase di crescita economica del 2% il deficit deve tendere a zero e il debito scendere sotto il 100% del pil in tempi molto rapidi. Chi non prende sul serio questa infausta ipotesi, al pari di chi negli anni scorsi ha sottovalutato il “vincolo europeo”, commette un errore esiziale: non comprendere che siamo un paese a rischio e che Eurolandia non ha più né voglia né interesse a sopportare il fardello dei conti pubblici italiani. Tutto questo il Prodi che è stato presidente della commissione Ue, lo sa benissimo. E siccome ha annunciato una decisione dirimente sulla previdenza (ma la trattativa sulle pensioni minime sganciata da quella sull’età pensionabile rischia di rivelarsi un grave sbaglio), ebbene, dica al più presto la sua, e lo faccia – una volta tanto – pensando più a Bruxelles che al “cortile romano”.

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