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Povera Irlanda o poveri noi?

È “in gioco l’euro”

Si paga per l'Europa che non c'è

di Enrico Cisnetto - 24 novembre 2010

Possibile che la piccola Irlanda, con nemmeno 5 milioni di abitanti e un fabbisogno per fronteggiare la crisi che non arriva ai cento miliardi, possa esporre al pericolo l’intera Europa e la sua moneta, e con essa mettere addirittura a repentaglio l’economia mondiale? Se vi ricordate, la stessa domanda ce l’eravamo posta qualche mese per la Grecia, che pure è grande più del doppio dell’isola gaelica, e la risposta era stata: sì, purtroppo è possibile, ma la ragione non è economico-finanziaria, bensì sta nel fatto che l’Europa è un’incompiuta, sia dal punto di vista politico che istituzionale.

A maggior ragione quella spiegazione funziona anche oggi per l’Irlanda: non saranno certo le sue quattro banche, per quanto importanti e in debito d’ossigeno (la sola Anglo-Irish Bank, quella messa peggio, ha bisogna tra i 30 e i 35 miliardi), a far dichiarare al cancelliere tedesco Angela Merkel che la situazione dell’euro è “eccezionalmente seria” e motivo di “grande preoccupazione”, e a far dire ancor più drammaticamente al ministro delle Finanze del suo governo, Wolfgang Schaeuble, che in questo momento è “in gioco l’euro”.

E sì, perché ieri sui mercati continentali è stata un’altra giornata nera. Le Borse sono state trascinate al ribasso (Milano -2%) da quella di Dublino – compresa Wall Street, che pure avrebbe potuto pesare positivamente la notizia che il pil Usa nel terzo trimestre è cresciuto mezzo punto in più del 2% stimato in precedenza – mentre l’euro è precipitato sotto l’1,34 sul dollaro e lo spread tra i titoli di Stato tedeschi e quello degli altri paesi europei tornava a farsi preoccupante. E, come se non bastasse, il Fondo Monetario che per calmare gli animi se n’è uscito sostenendo che, per il cosiddetto “effetto contagio”, le turbolenze derivanti dall’eccesso di debito sovrano in Eurolandia rischiano di compromettere la ripresa economica mondiale.

Ora, nessuno sottovaluta la dimensione dei problemi finanziari che prima la Grecia e ora l’Irlanda hanno mostrato di avere. E neppure vanno sottodimensionate le difficoltà del Portogallo e della Spagna. Né ci si può illudere che tutta la colpa sia della speculazione, che è fatto congenito dei mercati e lucra laddove altri le lasciano gli spazi per farlo.

Ma la vera causa di questa quarta fase della crisi mondiale apertasi nell’estate del 2007 (prima la crisi immobiliare, poi quella finanziaria e bancaria, quindi la recessione, e ora nuovamente la crisi finanziaria, da eccesso di debito pubblico) non può essere ricondotta solo alle questioni “tecniche”. Come dicevo, sono quelle politiche a prevalere. Perché se i paesi che hanno l’euro come moneta comune fossero un unico soggetto federale – gli Stati Uniti d’Europa – con una politica, economica e non, unica, allora le crisi cui stiamo assistendo o sarebbero state prevenute o sarebbero gestite con ben altra sollecitudine e determinazione.

Invece, di fronte al caso greco abbiamo perso mesi preziosi fino al punto di dover attendere che la crisi portasse l’Eurozona sul ciglio del burrone per intervenire. Ora, al cospetto del caso irlandese, invece di attivare subito il Fondo anti-crisi appositamente costituito in occasione del salvataggio di Atene, stiamo di nuovo ciondolando pericolosamente sull’orlo del baratro, aspettando che sia il governo irlandese ad alzare la mano in segno di resa, mentre già sono tornate in discussione le regole con cui gestire gli aiuti (Berlino che chiede, anche giustamente, che siano anche i percettori di rendite beneficiati dai salvataggi, a pagare una parte degli interventi di sostegno). La grande contraddizione sta nel fatto che in nome dell’autonomia che ciascun paese ha e custodisce gelosamente – visto che nessun’altra sovranità, oltre a quella monetaria, è stata ceduta ad un soggetto sovranazionale – i governi agiscono pressati dalle rispettive opinioni pubbliche e condizionati dalle situazioni politiche interne, ma le loro scelte (o, più spesso, la mancanza di esse) ricadono su tutti gli altri governi e cittadini europei.

Così, se a Dublino per colpa di quattro irredentisti del Sinn Fein spinti dalla voglia di lucrare su un’elezione suppletiva prevista domani in un collegio del nord-ovest che li vede favoriti, il premier Brian Cowen rischia la sfiducia in parlamento nel voto sul suo piano di austerity – assolutamente indispensabile per avere gli aiuti continentali e renderli sufficienti – ecco che a pagarne le conseguenze siamo noi italiani, i tedeschi, i francesi e via dicendo.

O se vedono approssimarsi le elezioni anticipate la stessa Irlanda – per mano dei Verdi – e la Grecia – per via della minaccia di Papandreou in caso di sconfitta alle elezioni locali – perché queste vicende politiche lontane da noi debbono così fortemente incidere sulla nostra moneta e sulla nostre scelte economiche? Insomma, affrontiamo anche questa crisi, ma non illudiamoci che sia l’ultima. L’Europa che “non c’è” è troppo fragile per affrontare una trasformazione epocale dell’economia e della finanza planetaria – con il corollario di conflitti durissimi, come la guerra valutaria in corso che vede protagonisti gli Stati Uniti e la Cina – che richiede velocità e unità di decisioni. Diciamocelo una volta per tutte e prendiamo il toro per le corna.

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