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Brusco risveglio nel confronto Italia-Cina

È certo: ormai siamo in ritardo

Come quadruplicare il reddito pro-capite entro il 2020. Piano quinquennale

di Enrico Cisnetto - 10 aprile 2006

Il rischio di arrivare ancora una volta in ritardo sta diventando una certezza. Nel confronto Italia-Cina, dopo il nostro brusco risveglio a suon di schiaffi presi in termini di concorrenza nei settori più tradizionali del manifatturiero, si profila all’orizzonte un altro shock, stavolta per il fronte della ricerca e tecnologia avanzata. Pechino, infatti, oltre a crescere lo scorso anno del 9,5% contro lo 0,1% italiano, ha messo l’innovazione al primo punto del nuovo Piano quinquennale di sviluppo (l’undicesimo), indicandola come “unica via percorribile per realizzare l’ambizioso obiettivo di quadruplicare il reddito pro-capite entro il 2020”. Ma più che di un primo mattone posto per superare un capitalismo esclusivamente ad alta intensità di lavoro, a giudicare dai numeri il Piano promette ciò che già oggi è in parte mantenuto. Così, mentre noi coltiviamo l’idea di una Cina che cresce solo per i bassi costi, la realtà sta rapidamente diventando assai più complessa. Infatti, la spesa di Pechino per ricerca e sviluppo è salita all’1,23% del pil (superiore a quella italiana, che negli ultimi due anni è rimasta ferma all’1,16%), mentre il tasso di crescita delle esportazioni high-tech cinesi viaggia a oltre il 20% annuo dalla metà degli anni Novanta, forte di un esercito di circa un milione di ricercatori qualificati. Insomma, mentre noi continuiamo a stare sui mercati internazionali solo grazie al made in Italy, anzi ci stiamo despecializzando nell’alta tecnologia (a parte un po’ di meccanica fine e di automazione industriale), non ci accorgiamo che la Cina ci sta già “bruciando” spazi nei settori innovativi verso cui tardiamo ad andare, soprattutto perchè la grande dimensione è indispensabile. Chi in Italia, pur nell’overdose di informazione sulle Olimpiadi invernali, ha notato che a Torino la gestione informatica e i computer erano cinesi? Nessuno, e tutt’al più si è pensato che fosse una notizia di colore. Dunque, sarebbe opportuno – prima di sentir parlare di un’invasione tecnologica in Italia quando ormai sarà realizzata, magari invocando dazi impossibili – che il prossimo governo (a prescindere dal colore) si impegni seriamente su due fronti. Primo: sfruttare la ghiotta “occasione tecnologica” che la Cina ci offre in termini di mercato di riferimento. Si tratta di fare alleanze che puntino a coniugare il nostro know-how con la loro dimensione. Laggiù c’è fame di centri di ricerca e sviluppo (attualmente sono oltre 400 quelli non cinesi), ma occorre far presto, anche perché i competitor europei e americani si stanno già muovendo. Così come ancora mancano le dovute reti infrastrutturali necessarie a una moderna economia industriale, alle quali le nostre imprese di costruzioni e di ingegneria potrebbero e dovrebbero puntare. Secondo: colmare subito il “digital divide” accumulato, aumentando la spesa per ricerca e sviluppo secondo gli obiettivi europei che la vorrebbero al 3% del pil entro il 2010. Niente scuse, stavolta. Se in passato è prevalso l’alibi della novità – prima di aprirsi al mercato la Cina era percepita come assai lontana e dunque ininfluente – ora, grazie all’high-tech, una “Pechino da bere” non possiamo davvero permettercela. Sarebbe non solo uno smacco, ma una condanna permanente al declino.

Pubblicato su Il Messaggero del 9 aprile 2006

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