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Mentre Alibaba sbarca a Wall Street

Non siamo un paese per start up

Un successo come quello della società di e-commerce cinese è realizzabile in Italia? O le condizioni del sistema paese non lo consentono?

di Massimo Pittarello - 22 settembre 2014

Se Alibaba fosse stata fondata nella Penisola invece che in Cina? E se Steve Jobs fosse nato in Italia? Con molta probabilità gli strepitosi successi di questi giovani giganti dell’economia mondiale sarebbero abortiti prima di nascere. L’Italia, infatti, oltre ai noti problemi di burocrazia, fisco, giustizia o meritocrazia, ha accumulato nei decenni passati un gap strutturale rispetto al resto del mondo. Un ritardo culturale stratificato in cui la tutela dei diritti acquisiti ha prevalso sullo sviluppo dell’innovazione e della competitività, alla difesa degli interessi generali è stata preferita quella degli interessi corporativi, in cui, soprattutto, sul generale ha vinto il particulare.

Con lo sbarco sui listini di Wall Street Alibaba ha esordito guadagnando il 38% e raccogliendo la cifra record di 21,8 miliardi in un giorno, una quotazione che ha permesso una capitalizzazione record di 231 miliardi, superiore anche ai primati precedentemente registrati dai neonati colossi del web come Facebook, eBay e Amazon. La storia di successo del sito di e-commerce cinese ha, comunque, molto in comune con quelle dei cugini della Silicon Valley. Nel 1998 il fondatore, Jack Ma, aprì un sito per aiutare le piccole imprese a vendere prodotti online: oggi Alibaba ha 500 milioni di utenti e nel 2013 il valore delle merci vendute è stato di 248 miliardi di dollari, il doppio di Amazon e tre volte il volume realizzato da eBay, mentre nell’ultimo anno i pacchi movimentati sono stati cinque miliardi, oltre metà di tutte le spedizioni cinesi.

Si tratta, ancora una volta, di un’ottima idea sviluppata con successo in un ambiente favorevole all’impresa. Ma oltre che nella realtà, anche la sola narrazione della start up creata in un garage sul modello della “mela” di Steve Jobs, sarebbe impossibile nel nostro Paese. Infatti, mentre la vecchia diarchia novecentesca costruita sul rapporto tra imprenditori e dipendenti è ancora il campo da gioco su cui si sta disputando la partita del dibattito economico italiano – come dimostra il confronto politico in atto sulla riforma del mercato del lavoro – il mondo già da tempo sta giocando ad un altro sport. I pochi successi di questi anni (per esempio, Eataly) non sono certo ascrivibili a giovani innovatori coraggiosi, quanto a iniziative di sistema attuate da soggetti già consolidati. Non è, quindi, solo questione di assenza di competitività, meritocrazia, liberalizzazioni, di burocrazia e fisco opprimenti, di precarie strategie o infrastrutture digitali. Questi, come altri elementi sono fondamentali, ma poiché il ritardo dell’Italia è strutturale, questi “colli di bottiglia” possono produrre frutti brillanti solo se superati in sinergia e in contemporanea tra loro. Per questa ragione sono da registrare positivamente alcune tendenze in atto, a cominciare dalla strategia di Renzi sul lavoro, che con un mix di pragmatismo e populismo mira a rimuovere le incrostazioni ideologiche nel mercato del lavoro e a superare la dicotomia tra destra e sinistra e come l’atteggiamento assunto dal governo e da Maurizio Lupi sullo “Sblocca Italia” per rimuovere veti locali e localistici che, opponendosi alla costruzione di infrastrutture strategiche, danneggiano l’interesse della nazione. Ma questi segnali sono da interpretare positivamente come manifestazioni particolari di una strategia più generale che ha lo scopo di superare le opposizioni politiche interne o le faide corporative, siano esse di professionali o territoriali.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario