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Parallelismi tra Renzi e Berlusconi

Gli eredi

Tra differenze e affinità, seguaci acritici e idolatranti possono essere per Renzi, come fu per Berlusconi, una cancrena esiziale

di Massimo Pittarello - 17 ottobre 2015

Non c’è solo l’erede. Ci sono anche gli eredi. Nella sua “larga e pesante” vis polemica, l’Elefantino enumera affinità e differenze tra Renzi e Berlusconi, Renzusconi o Berlusrenzi. Chiamateli come volete, ma i due, pur essendo “an-tro-po-lo-gi-ca-men-te” diversi sotto molti profili (un politico e un imprenditore, un quarantenne e un settantenne, un boy scout e un libertino, uno ha creato un partito dal nulla mentre l’altro ne ha resuscitato uno terminale, e via così) rivestono lo stesso ruolo di arcinemico dei conservatori d’antan, dei “costituzionalisti d’assalto”, vivono di storytelling, d’immagine, di belle ragazze, di rapporti con imprese e profitto, di circoli magici e fidati collaboratori, di ragionieri di banca alla guida di gruppi parlamentari, compagni di merende con in mano le chiavi di Palazzo Chigi.

Tra le affinità condivise c’è, però, anche il profilo dei loro sostenitori: acritici pasdaran che amano la loro guida al di là di errori e omissioni, come ultras curvaioli pronti sempre a tutto e al di là di tutto. Tutti noi conteniamo moltitudini contraddittorie. Ecco, sia in Berlusconi che in Renzi si possono ritrovare contemporaneamente positività e negatività. Per i loro adepti, invece, non c’è oggettività, errore, mancanza, difetto. Mai. Renziani e berlusconiani condividono lo stesso pregiudiziale amore incondizionato per il leader che tuttofa tuttodice tuttopuò, senza sbagliare mai. Fateci caso, quanto sono simili questi eredi, quasi uguali.

La maggior parte dei contenuti che Matteo Renzi sta portando avanti – dalla riforma costituzionale al Jobs Act, dalle slide e alla comunicazione disinvolta con la mano in tasca – rappresentano un pragmatismo post-ideologico che rappresenta un oggettivo superamento delle ideologie del Novecento, della contrapposizione comunisti-democristiani, sono cose da Terza Millennio. Bene. Ma il sostegno di followers adoranti, di casalinghe innamorate e boy-scout devoti è più dannoso che altro per chi aspira a modernizzare l’Italia. Le buone idee liberali del ’94 berlusconiano sono degradate in rappresentazioni di veline e tronisti pomeridiane. Nel corso del “Ventennio” l’entourage berlusconiano ha perso per strada le menti migliori, che certo non mancavano, valorizzando oltremodo i cortigiani. Le idee di Renzi hanno forse un maggior radicamento teorico e politico rispetto a quelle della “rivoluzione liberale”, sono più ancorate alla realtà italiana, hanno un maggiore grado di realizzabilità. Ma rischiano tuttavia di finire all’interno di un applicazione per storytelling dell’Iphone, di ridursi alle avventure di Cristoforetti, Pennetta &Vinci, dell’Italbasket, della Nutella, dell’apologia della “bellezza”, delle soavi colline toscane.

Invece, lo sprint renziano avrebbe bisogno di più riflessione critica e meno religiosità. Fortunatamente, su Italicum e riforma costituzionale, dopo avvii allarmanti, sono arrivate importanti correzioni. Ma il problema ritornerà, come dimostrano le marce indietro parlamentari sul ddl liberalizzazioni, sull’apertura domenicale dei negozi, Confindustria, i salotti buoni, Cernobbio, abolizione delle province, e via così. Se Renzi deve essere “l’erede” è auspicabile che almeno gli errori del padre non ricadano sul figlio. Berlusconi è stato bravissimo a vincere le elezioni, pessimo a governare, perché lui “regnava”, appunto, mica governava. E certo la cooptazione della classe dirigente dai ranghi di Publitalia non ha aiutato. Per non ripetere i fallimenti è necessario evitare che il sostegno al cambio di passo renziano si identifichi in un codazzo acritico e venerante. Insomma, che gli eredi siano diversi. Altrimenti la storia, alla seconda, da tragedia diventa farsa.

 

(twitter @gingerrosh)

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