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  • 20150506 - Come abbiamo perso la partita dell'innovazione

Parlano Varaldo, Amato e Visco

Innovazione perduta

Settore pubblico inefficiente, imprese conservatrici, assenza di capitale di rischio

di Massimo Pittarello - 06 maggio 2015

Soldi? No, quello che manca alle imprese sono i progetti. Lo spirito imprenditoriale pervade l’Italia come sempre, solo che è sempre più ostacolato, ingabbiato, degradato. E non manca mai chi vuole promuovere l’innovazione, ma tra parole e realtà permangono una serie di nodi irrisolti che affliggono il sistema produttivo e, quindi, la nostra economia. Eppure, rilanciare l’innovazione potrebbe essere la chiave per uscire dal declino in cui siamo ormai confinati da oltre due decenni.

Tutti i nostri sbagli li evidenzia Riccardo Varaldo, per quasi 10 anni direttore e presidente alla scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, nel libro “La nuova partita dell’innovazione” (Il Mulino), presentato alla Luiss con Gian Maria Gros-Pietro, Innocenzo Cipolletta, Giuliano Amato e un “imbucato” Ignazio Visco. Nel pubblico gli errori principali si registrano nel sistema didattico, nella banda larga, nella burocrazia invadente e illogica. Il privato, però, è forse ancor più colpevole. Le imprese sono rimaste legate al passato, incapaci di aprirsi al nuovo, alla conoscenza, al rischio del cambiamento, di superare la gestione – non la proprietà – esclusivamente familiare e conservativa. Però, poiché in quest’ambito le analisi sui misfatti non mancano, il merito principale di Varaldo è quello comparare il nostro modello con quello di altri e lanciare delle proposte.

Il senso è questo. Nel mondo si assiste ad un processo in cui la grande impresa taglia gli enormi budget e le migliaia di dipendenti che precedentemente destinava alla ricerca applicata al proprio interno. Adesso funziona diversamente: nascono start-up innovative che, se sopravvivono alla severa selezione iniziale, diventano poi prede di aziende più grandi, che ne acquistano la tecnologia. Al mondo ci sono attualmente circa 380 milioni di imprenditori, che diventeranno un miliardo nel 2020. Un trend che evidenzia una spasmodica voglia di impresa e, contemporaneamente, implica una progressiva fuga dei giovani laureati dalla grande azienda. Entrare in una solida ed enorme corporation non è più ambizione dei ragazzi, quello che conta è rischiare, primeggiare, farcela da soli. Un nuovo paradigma culturale, prima ancora che economico, simboleggiato dal “I’m ceo, bitch!”, parola d’ordine dei fondatori di Facebook e della loro voglia di autonomia e indipendenza. Se ci pensate un momento, è evidente. La regola Olivetti per cui il capo non può guadagnare più di 10 volte dell’ultimo dei suoi dipendenti è semplicemente preistoria. Siamo nell’era del “winner takes it all” e lo dimostrano le retribuzioni dei manager, che ormai non bisogna dividere per 10 o per 100, ma forse nemmeno per 1000, per poterle comparare con quelle dei normali lavoratori. Chi vince, stravince. Gli altri, pazienza. Anche perché tutti possono partecipare, anche l’ultimo degli ultimi.

Non c’è follia, quindi, nella voglia di start-up che soffia in ogni angolo del pianeta. Però è folle il modo in cui questa tendenza (non) viene sfruttata nel nostro Paese, lasciando decadere ogni potenzialità. Varaldo ha rivelato come in Italia e Stati Uniti nasca e muoia lo stesso numero di start-up, con le stesse dimensioni. Solo che negli States una nuova impresa che sopravvive ai primi due anni ha molte probabilità di diventare un gioiellino e passa, di media, da 10 a 26 dipendenti. Se va bene, quella italiana ne assume soltanto due in più.

Come ha specificato anche Giuliano Amato, presente all’incontro con Varaldi, “l’impresa italiana è troppo piccola per fare ricerca” ed essendo cambiato il paradigma tecnologico, non riesce più ad innovare come avveniva in passato. Ma, a differenza degli Stati Uniti, non siamo nemmeno in grado di valorizzare le idee. L’innovazione è sovversiva, richiede il cambiamento dell’organizzazione della produzione e in Italia il sistema imprenditoriale non ha nessuna intenzione di affrontare la potenza creatrice e distruttiva del capitalismo, nessuna intenzione di uscire dal proprio guscio. Un gap culturale che rende le aziende vecchie, poco efficienti, scarsamente produttive, in competizione con il basso costo della manodopera dei Paesi emergenti. Insomma, “le imprese nascono piccole e restano piccole”, ha sottolineato il governatore di Banktialia, Ignazio Visco, intervenuto con un inatteso fuori programma nel dibattito, aggiungendo che “le aziende sono restie a cambiare mentalità e la flessibilità del mercato del lavoro introdotta fino ad ora ha avuto effetti perversi: i vecchi lavoratori, più costosi, sono stati sostituiti da quelli più giovani e più economici, ma nemmeno un soldo è stato investito in conoscenza e preparazione”.

Visco, oltre al problema culturale, ne ha però sottolineato uno di natura finanziaria di assoluta importanza. Da un lato le banche non prestano più denaro a imprese prive di progetti validi. Dall’altro, per Visco, è necessario detassare ulteriormente il capitale di rischio, poiché solo la finanza può investire in ricerca, settore con altissimo tasso di fallimenti, ma altrettanto elevata redditività. Non è un caso che gli investimenti in venture capital in Italia siano nell’ordine di milioni di euro, negli Usa di miliardi di dollari.

Dal 1955 quasi il 90% delle imprese inserite nella top 500 della classifica Fortune sono scomparse. Un treno che abbiamo in parte perso. Ora, nei prossimi 20 anni, un lavoro su due tenderà a scomparire a causa della rivoluzione tecnologica e digitale in corso. Qui si tratta di non perdere un altro treno, l’ultimo prima della notte buia.

(twitter @gingerrosh)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario