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Al cinema senza aspettative

Madre senza coraggio

Discutibile ma da vedere! L'ultimo film di Nanni Moretti è poco brillante e privo di una vera idea forte

di Giorgio Cavagnaro - 12 maggio 2015

Esiste una buona regola, per noi che non siamo critici cinematografici di professione: l’attesa. Non è corretto (sempre per noi non addetti ai lavori in senso professionale) valutare un’opera sull’onda di un’emozione estemporanea. Uno va al cinema che ha appena litigato con la fidanzata, oppure quando la squadra del cuore ha perso malamente, e il barometro della disposizione d’animo è fisso sul nuvoloso con forte probabilità di pioggia. Ho perciò volutamente atteso qualche settimana prima di scrivere dell’ultimo film di Nanni Moretti, regista da me immensamente stimato, intitolato “Mia madre”.

Purtroppo, anche dopo qualche giorno, il film mi pare non brillante. Privo di una vera idea forte, racconta con la consueta sensibilità una vicenda umana personale: le ultime settimane di vita di una signora anziana, la rediviva (!) e brava Giulia Lazzarini, narrate attraverso gli occhi e il percorso psicologico dei suoi due figli ormai fatalmente sul piano inclinato delll’evento incombente.

Una vicenda di cui tutti noi, in un modo o nell’altro abbiamo memoria, per esperienza diretta passata, presente o perfino futura, se mi consentite il paradosso, in quanto la morte dei genitori, della madre in particolare, è snodo per eccellenza del viaggio umano, temuta da ragazzi, affrontata da adulti, mai accettata con la giusta serenità, nemmeno da vecchi, quando l’approssimarsi della grande mietitrice ci trasformerà ancora una volta in bambini bisognosi di aiuto.

Materia dunque interessante, ma assai meno esplosiva del lacerante “La stanza del figlio”, capolavoro del Moretti maturo di qualche anno fa. Il transfert scatta negli spettatori più per la familiarità dell’argomento che per il modo, tutto sommato abbastanza piatto e senza i tocchi geniali cui il regista ci ha abituato, anche nei lavori meno riusciti. Non convince infatti il tentativo davvero audace del film, l’idea di scindere in due l’approccio del figlio sofferente per la morte della madre, rappresentandone il travaglio in due entità fisicamente distinte e separate, fratello e sorella evidentemente elementi di un'unica personalità, scissa artificialmente per tentare l’esperimento, una sorta di fissione nucleare applicata all’animo umano. Forse sarebbe stato meglio se Moretti avesse spinto fino in fondo il pedale del coraggio, assumendo per sé il ruolo dalla tormentata sorella regista, appaltato a una sbiadita Margherita Buy.

Il gioco non riesce, forse perchè Moretti è davvero convinto, come fa dire ripetutamente alla sua doppelganger, che l'attore deve avere sempre accanto, mentre recita, anche il vero se stesso. Ma è una teoria bislacca, che finisce per complicare inutilmente un film semplice, reso ulteriormente sinusoidale dalle intemperanze fuori registro di John Turturro, escamotage che fa pensare ai match di pallavolo tra cardinali in “Habemus papam”. E pensare che le sequenze tagliate, viste su internet, ci restituivano un Turturro irresistibile, lanciato nelle imitazioni di Scorsese, De Niro e Cimino per la gioia della vera-finta troupe.

Nanni stavolta ha voluto fare un passo indietro, magari stufo per le accuse di egocentrismo e presenzialismo eccessivo nelle sue pellicole, cominciate già ai tempi di Risi e Monicelli. Meglio i film di Moretti con Moretti protagonista, soprattutto quando decide di scavare in se stesso.

Parafrasando le perentorie categorie che una volta (o lo fanno ancora?) in parrocchia affibbiavano ai film in circolazione, con l’intento di proteggere l’anima dei fedeli da eventuali turpitudini pericolose per una sana gestione della propria anima, lo definirei “da vedere anche se discutibile”. Anzi, meglio, senza aspettative eccessive.

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