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Dopo le dimissioni di Improta

Le fogne di Roma

Siamo al regolamento di conti interno al Pd romano. I coltelli si affilano e Marino traballa

di Giorgio Cavagnaro - 23 giugno 2015

Ha destato notevole impressione l’esternazione del sindaco di Roma, Ignazio Marino, in questo ultimo week end, nel corso di una Festa dell’Unità cittadina. Marino ha esortato con veemenza la “destra” a “tornare nelle fogne”, facendo riferimento a una telefonata del suo predecessore Gianni Alemanno, in cui quest’ultimo avrebbe chiesto la disponibilità del neo primo cittadino appena eletto da prendere in considerazione due persone di propria fiducia per incarichi comunali.

Si è parlato di foga oratoria, di stress da accerchiamento, ma anche di studiata scelta dei termini allo scopo di infiammare la platea e trascinarla dalla propria parte in un momento di grave difficoltà politica.

Non so quale sia stato fra questi l’elemento prevalente, ma ritengo comunque l’episodio estremamente significativo.

Marino è, ormai dal giugno 2013, alla guida di una giunta comunale decimata negli ultimi mesi dall’inchiesta giudiziaria celebre col nome di “Mafia capitale”, voluta e condotta dal procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone  e che, a dar credito ai boatos ricorrenti, starebbe per toccare anche un fedelissimo del sindaco stesso come l’assessore alla mobilità Guido Improta. Il quale, renziano, ha già annunciato che lascerà la giunta in tempi ancora da definire. Chiaro il richiamo all’ordine da parte del premier, che di tutto ha bisogno ora, meno che di un coinvolgimento nella storiaccia romana.

Ora, a parte il lessico che rimanda a tempi fortunatamente superati dalla Storia, tempi di sparatorie e manifestazioni violente che hanno lasciato sull’asfalto ragazzi e ragazze appartenenti all’una e all’altra parte delle estreme politiche, coinvolte in quella folle guerra civile dai contorni ancora tutt’altro che chiariti, il sindaco sembra dimenticare candidamente come la perniciosa gestione Alemanno del Campidoglio sia stata caratterizzata da una commistione assai trasversale di interessi malavitosi.

La figura del responsabile della cooperativa “ rossa” Salvatore Buzzi, tanto per esser chiari, risulta da quanto emerge nelle carte dell’inchiesta non meno abominevole di quella del criminale incallito Carminati. Il quale, spalleggiato proprio dal Buzzi, sfrutta la sua profonda dimestichezza coi meandri più oscuri potere per corrompere politici di ogni tendenza e lucrare senza scrupolo alcuno su ogni genere di potenziale affare, sulla pelle dei contribuenti, uniche vere vittime dell’immonda situazione.

Risulta dunque quanto meno strumentale, da parte di Marino, l’uscita guascona, da cavaliere senza macchia, in cui si è prodotto. Una chiamata a raccolta dei fedelissimi, espressa con mezzi da vecchio militante che riecheggiano più i toni del Peppone di Guareschi (sindaco anche lui ma di un borgo della “bassa padana”) che  quelli propri del “major” di una capitale europea, sia pure in vertiginoso degrado.

La frase insomma suona come un tentativo di chiamarsi fuori da ogni responsabilità, dopo due anni di lavoro in cui nessuno degli annosi problemi di Roma è stato davvero risolto o affrontato con risultati concreti.

Siamo probabilmente allo showdown finale, al regolamento di conti interno al Pd romano e ognuno affila i coltelli a modo suo. Chi vivrà vedrà.

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