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Dalla Palestina al Vaticano

Angeli e demoni

Papa Francesco accoglie a San Pietro come capo di Stato palestinese, ma nessuno ne parla...

di Giorgio Cavagnaro - 21 maggio 2015

Tra tutti i media mainstream, non ce n’è uno che abbia attribuito il giusto rilievo alla notizia di politica internazionale per me di gran lunga più significativa degli ultimi tempi: il trattamento riservato da Papa Francesco ad Abu Mazen, accolto in Vaticano, semplicemente e senza condizioni, come capo dello Stato palestinese. Che dunque, per sillogistica conseguenza, esiste, almeno per la Santa Sede.

Altrettanta modesta attenzione giornali e tv hanno accordato alle reazioni infastidite, anzi, di grande delusione rimbalzate da Tel Aviv, dove Benjamin Nethanyau aveva suggellato la risicata vittoria elettorale al grido di “Palestina, mai Stato indipendente”.

Per di più il Papa, dopo aver ufficialmente proclamato sante due suore cristiane palestinesi, ha parlato di “angelo della pace” in riferimento ad Abu Mazen, non è ben chiaro se attribuendo l’epiteto in modo diretto o in forma di raccomandazione a esserlo, in vista delle difficili trattative che il capo dei palestinesi continuerà a portare avanti per la soluzione pacifica di uno dei conflitti più antichi e politicamente strategici del mondo.

Come tutti sanno, il papa non ha divisioni armate. Ma il suo potere d’influenza non è mai sottovalutato da nessuna nazione che abbia un briciolo di avvedutezza, in quanto le masse cattoliche rappresentano un’entità numerica impressionante nell’orbe terracqueo. E non è certo un mistero che le opinioni del Pontefice siano tenute in gran conto da dette masse, al punto di influenzare, spesso in modo decisivo, gli esiti di battaglie per il potere in nazioni di primaria importanza.

Dunque stupisce, o forse dovrei meglio dire insospettisce, l’understatement dei media su un fatto così evidentemente e macroscopicamente cruciale.

Si direbbe che il modo, lo stile diretto di far politica di Papa Francesco colga ancora e sempre tutti di sorpresa, suggerendo una prudenza, nelle analisi e nei commenti a caldo, che lascia un po’ interdetti.

Ma è uno stile che è assai apprezzato dall’opinione pubblica, e forse su questo i grandi leader mondiali farebbero bene a riflettere.

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