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  • 20151104 Muccino e Pasolini

Muccino contro Pasolini

L'Italia conformista

L'odio social-mediatico anti Muccino sa branco conformista. Pasolini lo avrebbe criticato

di Giorgio Cavagnaro - 04 novembre 2015

Gabriele Muccino, regista cinematografico di successo operante a Hollywood da alcuni anni, esprime sulla sua pagina Facebook un’opinione su Pier Paolo Pasolini, intellettuale e poeta di incommensurabile valore, come regista cinematografico. Questo è il fatto, nella sua scarna realtà.

Esaminando con pacatezza lo scritto di Muccino, vale la pena di fare alcune considerazioni.

Il regista romano dà un giudizio sostanzialmente tecnico, sul Pasolini cineasta. Giudizio di segno negativo, condiviso peraltro da molti, in passato, con argomenti degni di attenzione.

Pasolini, dice Muccino, è stato un “non regista”. Si è posto dietro la macchina da presa ignorando gli stilemi del linguaggio cinematografico, saltando a piè pari i fondamentali indispensabili a un artigiano che ambisca a diventare autore o, addirittura, artista. Regalando a tutti una grande illusione, quella di poter fare il cinema senza saperlo fare, dilapidando così decenni di tradizione professionale che avevano portato il cinema italiano a vette notevolissime.

Un’opinione legittima, interessante.

Picasso una volta disse: “A dodici anni sapevo disegnare come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino.” La frase del maestro spagnolo sembra adattarsi perfettamente alla tesi mucciniana: il talento, se c’è, è dentro di noi, ma per raggiungere livelli d’eccellenza artistica bisogna studiare, ricercare, soffrire magari una vita intera. Come l’ingegnere o il fisico che si scervellano in progetti e calcoli sempre più complessi con l’obiettivo di aprire nuove strade alla scienza.

D’altra parte, alcuni minuti di cinema pasoliniano (penso a sequenze da “La ricotta”, “Uccellacci e uccellini”, allo struggente “Il Vangelo secondo Matteo”) rimangono scolpiti nella memoria collettiva, come i quadri dell’autodidatta Van Gogh.

La questione è tutt’altro che peregrina e avrebbe meritato un dibattito serio, senza paraocchi ideologici e senza ipocrisie, come avrebbe certamente fatto Pasolini. Invece, comme d’habitude, è scattata la reazione del branco. Insulti torrenziali a Muccino, sbertucciato e messo alla gogna sociomediatica da una pletora di ignoranti, preoccupati solo di agitare freneticamente il santino Pasolini senza probabilmente averne la minima conoscenza come intellettuale e, tantomeno, come uomo di cinema. Un santino oggi rassicurante, ieri un po’ meno. Ieri la massa rideva, io so e me lo ricordo bene, di barzellette in cui Pasolini aveva il ruolo del solito italiano becero e sboccato.

Ce n’era una per esempio, in cui un’illustre assemblea internazionale commentava un certo discorso appena terminato, pronunciando a turno dotte citazioni di intellettuali conterranei. Tipo: “ Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Gandhi.” oppure “Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto. O. Wilde”. Si alza l’italiano di turno: “ A stronzi. P.Paolo Pasolini.” E giù tutti a ridere come pazzi.

Oggi il becero è Muccino, il branco è con Pasolini. Tutto cambia, in Italia, tranne una cosa: l’istinto infallibile del branco, che sa individuare a colpo sicuro l’icona giusta, il totem dietro cui nascondere la propria inadeguatezza.

Può anche darsi che Gabriele Muccino abbia espresso le sue considerazioni in modo calcolato, sfruttando astutamente l’occasione del quarantennale della morte del grande friulano. Viviamo in una società di furbi, chi sa di comunicazione è ben conscio del fatto che l’unica cosa importante, per un personaggio pubblico, è far parlare di sé. Poco importa se bene o male.

In questo caso, come in innumerevoli situazioni del recente passato, il branco ha comunque recitato il patetico ruolo di parco buoi da cui non riesce ad affrancarsi.

Proprio quello che Pasolini avrebbe voluto evitare.

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