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  • 20150604 La torre di Babele

La polemica su Jovanotti

La torre di Babele

Da dietro una tastiera urla, strepiti e insulti verso Jovanotti da parte dei sedicenti "proletari".

di Giorgio Cavagnaro - 04 giugno 2015

Non sarà, il nostro, il migliore dei tempi possibili per vivere. Di certo non lo è per lavorare, soprattutto se hai venti, venticinque, trent’anni e nonostante tu abbia faticato sui libri per anni, il traguardo di un impiego lo vedi come un binocolo tenuto all’incontrario.

Però sono tempi che aiutano a capire tante cose, se si ha la pazienza di fermarsi un attimo a riflettere. Per esempio, a me ora risulta assai più chiara la genesi della biblica Torre di Babele. La confusione dei linguaggi, l’incomunicabilità dei popoli è certamente nata per volontà di qualcuno, il buon Dio magari, per punire la superbia dei suoi figli degeneri, che puntavano troppo in alto.

E la piaga si sta ripetendo, inesorabile, proprio oggi. Una valanga di indignados, rinvigoriti dalla prospettiva di abbattere, come dice il risorto Nichi Vendola dall’alto di un congruo successo elettorale, il nemico di classe Matteo Renzi, urla belluinamente contro il cantante Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, reo di aver dichiarato pubblicamente che tutto sommato, in attesa di trovare un lavoro remunerato, è meglio per un giovane non girarsi i pollici e accettare anche di fare esperienza senza essere pagati.

Una verità lapalissiana, subito definita “filosofia del bimbominkia”dal sedicente “Quotidiano comunista” il Manifesto . Il quale, si presume, offre ai giovani giornalisti contratti di lavoro sostanziosi e rifiutando sdegnosamente contributi gratuiti eventualmente offerti dai giovani in questione.

E giù tutti a rinfacciare al povero Jovanotti perfino il “ragazzo morto” mentre lavorava, sottopagato, al montaggio del suo palco. Certo, “lui è ricco e se ne frega”, “chissà poi se le sue canzoni insopportabili se le scrive da solo”, ipotizzando una schiera di anonimi autori al servizio gratuito e permanente del reprobo di sinistra sì, ma non abbastanza.

Così il buon Cherubini, tra i pochi artisti italiani che possono vantare un’evoluzione culturale vera, che ha girato il mondo non solo col TIR della band e tappato nel camerino di turno come i rivoluzionari che presumibilmente piacciono al “Quotidiano comunista”, si trova assalito dalle masse proletarie per colpa della Torre di Babele.

Ma è una torre infida, costruita da chi sa bene cosa sta facendo. Da chi non ama la chiarezza delle idee e la correttezza delle interpretazioni, ammesso che ci sia bisogno di interpretare frasi come quella di Jovanotti.

Sono gli stessi che rimproverarono a Luciana Littizzetto di aver versato una cifra troppo bassa dopo la secchiata d’acqua gelata della campagna contro la SLA. Gente che, sono pronto a scommetterlo, non ha mai scucito un centesimo di tasca propria per nessuno, e combatte “battaglie ideali” da dietro una tastiera per abbattere la torre pazientemente in via di edificazione, che rischia di fare ombra al Sol dell’Avvenire. E nel contempo occupare spazio politico, che frutta soldi e potere, ben conoscendo la verità espressa dal grande Ennio Flaiano: gli italiani perdonano tutto, tranne il successo.

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