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Dopo la stangata del governo

Uniamo le rinnovabili

Lo “spalma-incentivi” è un’altra occasione persa per fare delle rinnovabili un sistema

di Enrico Cisnetto - 27 luglio 2014

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. La stangata sulle rinnovabili, dopo la dura reazione dei grandi fondi internazionali – e non solo di quelli che hanno investito direttamente sul nostro fotovoltaico – avrebbe potuto e dovuto essere cancellata, o quantomeno ridimensionata. Inimicarsi la grande finanza internazionale, compresi gli gnomi che comprano a carrettate titoli del debito pubblico, per far risparmiare poco a pochi, non è certo una buona idea. E sembrava che il governo, palazzo Chigi in testa, l’avesse capito. Ma anche l’ultima, ennesima stesura del provvedimento cosiddetto “spalma-incentivi” – con modifiche a somma zero, se non peggiorative – non solo non mette rimedio, ma rischia di suonare addirittura irridente nei confronti di chi ha sollevato obiezioni. Con l’aggravante che la riscrittura del Senato introduce modalità che non garantiscono affatto il recupero delle coperture necessarie al promesso taglio del 10% della bolletta delle pmi.

Insomma, un’altra occasione sprecata per fare dell’energia solare in Italia un vero sistema. Perché nessuno di buonsenso può contestare l’idea che, dopo la fase pionieristica, gli incentivi al fotovoltaico ricavati dalla bolletta degli italiani, pari a 10 miliardi l’anno, debbano essere gradualmente ridotti sulle nuove iniziative, ma è altrettanto evidente che introdurre una norma con tagli retroattivi significa scoraggiare qualunque investitore estero, visto che nessuno punterebbe su un paese dove le leggi cambiano dalla sera alla mattina quanto già stabilito per il passato. Ma è un’altro errore, che resta, ad essere se possibile ancora più grave: la penalizzazione dei grandi impianti. Sì, proprio quelli sui cui si dovrebbe puntare in un settore che, colpevolmente, si è voluto polverizzato fino all’eccesso. E che sia necessario ridisegnare la mappa degli operatori del fotovoltaico lo si evince facilmente se si considera che i primi 30 operatori(con potenza in portafoglio di circa 20 MW) raggiungono a stento il 10% della potenza totale in esercizio a fine 2013, mentre nell’eolico i primi 15 proprietari possiedono il 67%. E il consolidamento, infatti, è già cominciato: in pieno marasma “spalma-incentivi”, Aveleos (joint venture Avelar-Enevos-Rwe-E.On), ha acquistato per 110 milioni dai russi di Avelar (gruppo Renova) 31 impianti in Puglia e Basilicata, per una capacità complessiva di 31 MW. Pochi giorni dopo F2i ed Edison annunciavano un’operazione da 800 milioni per 600 MW di capacità rinnovabile. E questi sono solo i primi passi di un percorso che dovrà portare alla nascita di alcuni campioni nazionali e il passaggio definitivo dalla fase finanziaria a quella industriale nella gestione del comparto. Magari unendo anche chi fa eolico e altre rinnovabili. Infatti, complice la possibilità di cartolarizzare quote di incentivi all’asta, come previsto da un emendamento passato al Senato, le principali banche italiane punteranno a consolidare i crediti su pochi operatori industriali, invece che su una miriade di piccoli soggetti in sofferenza. Obiettivo che avrebbe dovuto essere perseguito dai governi che hanno deciso gli incentivi, che sarebbe bastato giostrare in modo tale da far nascere fin dall’inizio dei player di dimensioni almeno nazionali se non internazionali.

Insomma, il mercato farà quello che la politica non ha avuto la lungimiranza di prevedere e perseguire. (twitter @ecisnetto)

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