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Public Policy

Giusta la proposta di Fassino

Tagliamo regioni e comuni

Prioritario accorpare i comuni al di sotto dei 15mila abitanti. Ma anche 20 regioni sono troppe

di Enrico Cisnetto - 19 ottobre 2014

 

Tra Renzi e Chiamparino sto con Fassino. È evidente che ci sono ragioni che militano a favore del premier, quando accusa le Regioni di non saper ben gestire ciò che amministrano, a cominciare dalla sanità. Ed è altrettanto evidente che c’è un elemento di strumentalità politica – della serie un “nemico al giorno toglie i problemi di torno” – nello scaricare sui governatori regionali il peso di scelte che sono più complesse di una sforbiciata lineare. Anche perché non sono certo i quattro miliardi in meno alle Regioni, dal clamoroso effetto mediatico ma dalla scarsa efficacia pratica, che “cambieranno verso” al Paese invertendo la rotta di quel federalismo nefasto e spendaccione che il forse il frutto più avvelenato della Seconda Repubblica.

 

E allora partiamo dalla proposta di un Sindaco stimato e capace come quello di Torino – che sollecita ad azzerare i Comuni sotto i 15 mila abitanti – per semplificare, e di conseguenza ridurre i costi, di un decentramento inefficiente e improduttivo. Sono rimasto piacevolmente colpito da Fassino. Io da anni predico la necessità di sfoltire gli attuali 8100 Comuni, e pensavo di essere già provocatorio nel proporre l’accorpamento di quelli sotto i 5000 abitanti, che pur essendo il 70% del totale rappresentano solo il 17% della popolazione. Ma ora Fassino mi scavalca, suggerendo di portare la soglia minima di abitanti a 15 mila e quindi di arrivare entro il 2019 a scendere sotto le 2500 amministrazioni comunali. Bene, ottimo. E siccome Fassino è anche il presidente dell’Anci, perché non prenderlo sul serio e partire da lì per fare spending review seriamente? Altro che sprechi cercati con il lanternino o buttare la palla in campo altrui – datemi 4 miliardi di tagli e poi per come fare arrangiatevi – questo è il vero modo di tagliare virtuosamente la spesa pubblica: semplificando e circoscrivendo i perimetri.

 

Lo stesso potrebbe fare Chiamparino, nella sua veste di presidente delle Regioni. Lo capisce anche un bambino che 20 Regioni sono troppe, e che aver dato loro la competenza della sanità si è rivelato un errore. Il governatore del Piemonte potrebbe con facilità recuperare un vecchio (ma sempre attuale) studio della Fondazione Agnelli, in cui si proponeva ridurre da 20 a 7 le Regioni, riportandole ad una dimensione simile a quella dei lander tedeschi, e portarlo al tavolo della mediazione che in queste ore sta chiedendo al governo. Certo, così facendo Fassino e Chiamparino sono saranno popolari tra i loro colleghi – il sindaco di Torino si è già beccato un sacco di insulti – ma diventerebbero attori politici di prima grandezza, confermando la loro fama di riformisti seri, oltre che servire bene il Paese. Il governo, poi, ci metta del suo, togliendo di mezzo la “volontarietà”: la riduzione degli enti locali deve essere obbligatoria. In un arco di tempo ragionevole, l’unica autonomia che lo Stato centrale dovrebbe permettere a Comuni e Regione è la scelta del “partner” con cui unirsi, ovviamente nel rispetto della contiguità territoriale. E chi resta sotto le soglie, subisce la cancellazione e amen. Certo, si tratterebbe di una rivoluzione. Ma questo è il momento dei cambiamenti radicali. E qui, prima ancora che la riduzione della spesa, c’è in ballo la necessità di mettere fine una volta per tutte ai mille vincoli e veti localistici che bloccano il Paese. Al diavolo le “identità paesane”, c’è da (ri)costruire l’Italia al tempo della globalizzazione (twitter @ecisnetto)

 

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