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Public Policy

Spesa e politica industriale

Riorganizzaimo le partecipate pubbliche

Non si tratta di “affamare la bestia”, ma di attuare una saggia politica industriale

di Enrico Cisnetto - 16 novembre 2014

Forse c’è un po’ di confusione. Per troppo tempo la riorganizzazione delle società partecipate dagli enti locali è stata interpretata come una mera questione di tagli di spesa, sottovalutando quanto, invece, potrebbe essere un formidabile strumento di politica industriale. Quest’estate uno dei dossier della spending review stimava in 3 miliardi l’anno i possibili risparmi nel prossimo triennio derivanti dall’aggregazione delle partecipate. Faceva eco Renzi, che ne prometteva la decimazione: da 8000 a 1000. Adesso, la legge di Stabilità delega agli enti locali la presentazione di piani “volontari” per alienazioni e fusioni, incentivando il tutto con l’esclusione dei relativi proventi dai patti di stabilità interna. Programma vago e incerto, a dimostrazione che questi interventi non possono essere delegati ai “tecnici”, ma rientrano in quelle operazioni straordinarie di cui solo la politica può assumersi la responsabilità, non fosse altro perché colpiscono enormi interessi.

I numeri spiegano il fenomeno: nel 2012 c’erano 581 partecipate regionali di primo livello, di cui 217 in perdita per un totale 235 milioni. Per i Comuni se ne registravano 4944, di cui 1325 con un passivo complessivo di 1,55 miliardi. Tra le 1965 in capo alle Province, 636 erano in rosso per 349 milioni. Insomma, quasi un terzo va male e accumula ogni anno 2,1 miliardi di nuove perdite, che peraltro non sono di mercato, cioè normali rischi imprenditoriali, ma rappresentano la spia di gestioni clientelari e inefficienti. In questi anni i servizi pubblici locali, dall’energia ai trasporti, dai rifiuti all’acqua, invece di rispondere a logiche di sviluppo industriale, invece di costituire grandi player nazionali e internazionali, sono stati il parcheggio di politici in declino, un luogo di spartizione di interessi innominabili e, nel migliore dei casi, l’orticello coltivato con logica di campanile. Così le 10mila partecipate pubbliche, in simbiosi con il proliferare dei soggetti istituzionali e delle relative norme, rispecchiano l’italica polverizzazione gestionale.

Una costellazione parcellizzata su cui il governo deve intervenire: usando gli studi dei vari commissari alla spending, riformando il Titolo V, agendo tramite legge ordinaria, l’importante è che il riassetto sia messo in moto. E non per metterci una pezza. No, qui occorre superare una volta per tutte l’anacronistico legame tra queste società e le logiche di potere locale, sia aggregando le multiutility a livelli geografici macro, sia spingendo verso fusioni per settore di operatività. Stessa cosa deve avvenire per gli acquisti di beni da parte della pubblica amministrazione. E’ positivo che la legge preveda che gli attuali 32mila uffici acquisti siano ridotti a soli 35, ma è necessario dilatare ulteriormente il perimetro dei 40 miliardi di spesa attualmente presidiato (bene) dalla Consip. La centralizzazione degli acquisti, infatti, oltre a eliminare gli sprechi e limitare le occasioni di malversazioni, consente allo Stato di utilizzare una delle poche possibilità residue che ha di fare politica industriale.

Chi scrive non è un liberista che predica lo Stato minimo. Ma con le finanze locali e nazionali che piangono, gli investimenti che latitano, le strategie contumaci, riorganizzare e privatizzare le partecipate non è solo necessario per “affamare la bestia”, ma soprattutto per attuare una saggia politica industriale. Di stampo liberal-keynesiano. (twitter @ecisnetto)

 

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