ultimora
Public Policy

La linea del governo su Eni e Enel

Riecco le false privatizzazioni

Sbagliato vendere quote Eni e Enel per ridurre il deficit. E' il debito che va aggredito, ecco come

di Enrico Cisnetto - 31 agosto 2014

Ci risiamo. Ancora una volta si spacciano per privatizzazioni vendite di quote di società, il cui ricavato, infinitesimale rispetto allo stock di debito pubblico, non viene utilizzato per ridurre l’indebitamento, come sarebbe giusto, ma per aggiustare il deficit, compensando altra spesa corrente. Se sarà confermata l’intenzione del governo di far vendere al Tesoro, entro l’anno, il 4,3% di Eni e il 5% di Enel, per un ricavo complessivo di circa 5 miliardi, rischiamo di rieditare la fallimentare stagione delle “privatizzazioni spezzatino” degli anni Novanta. Operazioni con cui qualcuno si fece ricco, ma che non servirono né allo sviluppo economico, né ad arricchire il capitalismo di nuovi grandi gruppi, né, tantomeno, a sistemare in modo strutturale il bilancio dello Stato. Anzi, quelle furono le premesse per la successiva desertificazione industriale e la conseguente decrescita in cui l’Italia è precipitata. Ma errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Dunque, evitiamo. Anche perché, da un lato, l’operazione non porterebbe alla riduzione del perimetro dello Stato nell’economia, cosa di cui si sente la necessità soprattutto nei servizi gestiti dalla pletora di municipalizzate (circa 6.400) che gli enti locali possiedono – una su quattro ha una redditività negativa rispetto al capitale investito – mentre dall’altro è assai pericoloso mettere a rischio il controllo pubblico su società strategiche. E che lo sia l’Eni, strategica, credo non ci siano dubbi neppure tra i liberisti più incalliti: è parte integrante ed essenziale della politica estera, e le crisi geo-politiche in atto ci dicono che oggi perderlo sarebbe letale. Meno problematico sarebbe invece sganciare l’Enel dal controllo pubblico. Ma vale la pena scendere dal 30% al 25%, incassando un paio di miliardi che lo Stato perderebbe dal lato delle entrate correnti? Finiremmo per mangiarci i proventi futuri: pensate che tra il 2009 e il 2013 il Tesoro ha incassato dividendi dall’Eni per 5,7 miliardi e dall’Enel per 3,1 miliardi. Si dice: lo Stato può continuare ad esercitare il controllo di fatto anche senza il vincolo legale. Ma perché correre questo rischio solo per avere un effetto pari al tentativo di svuotare il mare con un cucchiaino? Se il tema è far cassa, allora sono altri i sistemi usabili: la riduzione strutturale della spesa pubblica corrente, attraverso le riforme, e coraggiose operazioni ad hoc sul patrimonio pubblico capaci di intaccare davvero il moloch del debito, come da tempo va proponendo il sottoscritto e una vasta area di pensiero, cui si è recentemente aggregato anche l’imprenditore Marco Carrai, amico di Renzi. Le altre, come dice saggiamente Giulio Sapelli, sono operazioni di subalternità culturale all’austerità neo-liberista.

Confesso che una fiammella di speranza si è accesa venerdì quando, nella conferenza stampa del governo, il ministro Padoan ha detto che si punta a facilitare l’attività delle società immobiliari quotate “anche per valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico di cui molto si parla”. Sì, ministro, se ne parla, e da anni, perché solo un’operazione straordinaria su quel patrimonio, in cui coinvolgere anche quello privato, può salvare l’Italia. Lasci perdere le finte privatizzazioni, e si studi le proposte che uomini come Giuseppe Guarino, Paolo Savona, Andrea Monorchio e molti altri hanno disegnato, inascoltati, in questi anni. (twitter @ecisnetto)

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario