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La manovra in Italia e in Europa

Più progetti, meno slide

La legge di stabilità va nel verso giusto ma non basta. Renzi ridiscuta il fiscal compact con l'Europa

di Enrico Cisnetto - 26 ottobre 2014

L’epilogo della complicata vicenda della Legge di stabilità e dell’esame che ne ha fatto la Commissione europea, con tanto di crisi diplomatica sfiorata, consente di trarre tre diverse conclusioni. La prima riguarda la manovra stessa, finalmente definita e leggibile: con poco meno di 5 miliardi di maggiori spese (in termini di indebitamento netto della Pa) e quasi 2 di minori entrate (saldo tra tagli di tasse e nuovi prelievi), e producendo per il 2015 uno scostamento di un solo decimo di punto sia del pil (+0,6% rispetto al +0,5% contenuto nell’Aggiornamento del Def) sia del tasso di disoccupazione (12,5% anziché 12,6%), essa non si può certo definire storica come gli aggettivi usati al momento della sua presentazione iniziale volevano far credere. Va nella giusta direzione, questo sì, ma è un passo quando invece la situazione richiederebbe ben altro cammino. Tanto più che il grosso della manovra, in termini di sostegno allo sviluppo, è rappresentato dalla conferma degli “80 euro in busta paga”, misura che ha già mostrato tutti i suoi limiti non producendo alcun effetto sui consumi.

La seconda valutazione da fare è di natura amministrativa, e riguarda le modalità con cui è stata gestita la preparazione e il varo della legge. Era il 15 ottobre quando il consiglio dei ministri ha approvato la manovra, ma il testo con le relative tabelle sono arrivate soltanto venerdì, 9 giorni dopo. Nel frattempo la bozza di legge è stata inviata al Quirinale senza il timbro della Ragioneria, fatto poi pervenire il giorno successivo. Non è possibile che si approvino delle slide o poco più e che tra riscritture, aggiustamenti pre-bollinatura e trattative con Bruxelles si arrivi ad avere un testo definitivo, di non poco diverso da quello iniziale, più di una settimana dopo. Non è certo la prima volta, è vero, ma ora si sta esagerando, mentre se si vuole cambiare verso al Paese, queste pessime abitudini sono da rottamare. Senza contare, infine, che la manovra, con i suoi 36 miliardi complessivi, è del tutto disallineata rispetto al Def da poco approvato, che prevedeva 25 miliardi.

La terza considerazione attiene ai rapporti con l’Europa. Polemizzare con Barroso, spiattellare la lettera di Bruxelles e sbuffare contro la mentalità dei burocrati europei (“qui anche De Gasperi diventerebbe euro-scettico”) sono legittimi atti di politica interna, utili a Renzi per contenere la deriva populista dei Salvini e dei Grillo, ma non ci favoriscono nella dinamica dell’euro-sistema. Che invece esige un upgrading della nostra credibilità. Non si tratta di non entrare in rotta di collisione con l’Europa, anzi, ma di farlo da posizioni di maggior forza. Per esempio, perché invece di mugugnare contro la rigidità e stupidità delle regole, non approfittiamo della presidenza italiana del semestre Ue per proporre una revisione del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact? Renzi si chiami Paolo Savona, Giorgio La Malfa, Andrea Monorchio e Giuseppe Guarino a palazzo Chigi come grandi saggi cui chiedere di preparargli una proposta organica da presentare al neo-eletto Juncker e ai leader continentali. Roba seria, mica slide. Allora sì che potremo respingere al mittente la lettera di richiamo, le procedure d’infrazione e, soprattutto, quelle misure di salvaguardia, che se la Ue vorrà attuare ci costeranno tra il 2016 e il 2018 oltre 50 miliardi, con effetti recessivi devastanti. (twitter @ecisnetto)

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